Dal 2 al 20 giugno i migliori giovani in campo: da qui si va dritti al Sei Nazioni

Da vedere, è meglio del Sei Nazioni. Perché anche questi sono degli armadi, ma armadi di diciotto e diciannove anni: e viaggiano con la velocità, il coraggio e la creatività dei loro anni. Spettacolo puro, insomma, il meglio che a un profano può offrire il rugby del pianeta: e tutto ciò tra il 2 e il 20 giugno in Lombardia, negli stadi di Viadana e Calvisano (più un terzo polo oltre il Po, a Parma), e le finali a Cremona. Sono arrivati da tutto il mondo, e a vederli quasi commuovono. Perché anche in un blocco di sasso come Charlie Ewels, capitano dell'Inghilterra campione uscente, a guardarlo con attenzione, ieri in conferenza stampa, si possono cogliere gli ultimi aspri umori dell'adolescenza.

Da quando esiste la Coppa del Mondo under 20, trecento rugbisti passati per questo torneo sono già approdati nelle squadre maggiori, quelle del Sei Nazioni e della Webb Ellis Cup: a dimostrare che questo è il giardino da cui si colgono i campioni del futuro. Tramontata (purtroppo o per fortuna) l'epoca del dilettantismo, quando ci si poteva improvvisare campioni della pallovale già quasi adulti, nel ferreo percorso formativo che accompagna oggi un giocatore d'eccellenza c'è il canale obbligato che ha formato tutti questi ragazzi, fatto di allenamenti quotidiani duri e pesanti. E la mutazione antropologica si coglie a vista d'occhio. Questi vivono di rugby e per il rugby, e il Mondiale che comincia martedì prossimo è il loro banco di prova.

Lo sarà per l'Inghilterra, che ha vinto gli ultimi due tornei, e lo sarà per la Nuova Zelanda, i «baby Blacks», l'onda giovane della maggiore potenza planetaria, arrivati in Lombardia per riconquistare una Coppa che manca loro da troppo tempo(e da quelle parti la faccenda viene presa quasi come un dramma). E lo sarà anche per l'Italia, i ragazzi allenati da Alessandro Troncon, che affrontano i Mondiali sapendo di essere di fronte a un compito improbo, reduci dal «cucchiaio di legno» nel Sei Nazioni under 20, e infilati ora in un girone da brividi, insieme ai marziani di Sudafrica e Australia e a quell'orda di maori enormi e veloci che sono le Samoa. Insomma, ci vuole coraggio. Ma questo fa parte del rugby, e lo stesso coraggio che serve agli azzurrini è in fondo quello richiesto a un bambino di cinque anni al suo primo incontro con fango e placcaggi.

É un bene che il Mondiale si tenga in Lombardia, che è ormai la regione più ovale d'Italia come tesserati. Ma è doloroso che tra i poli di gioco non ci sia Milano, che del boom rugbistico è il capoluogo, eppure non ha un impianto all'altezza del grande rugby. Si giocherà a Viadana e a Calvisano, che quando chi scrive calcava i campi erano paesotti con squadre ruspanti, e oggi sono grandi realtà del rugby nazionale. Ma che la finalissima del 20 giugno si debba fare non a Milano ma Cremona, dove di rugby ne sanno meno che di fisica quantistica, è un segno di quanto sia difficile, chiacchiere a parte, pianificare con serietà lo sviluppo del rugby nei grandi centri urbani. Eppure i pali a forma di H stanno bene ovunque.