Sono i pm a non volere cambiare mai

Dicono che fare anche il giudice è indispensabile: ma Bruti e i suoi vice sanno solo accusare

Il procuratore aggiunto, Ilda Boccassini

Giudici o pubblici ministeri? É giusto che lo stesso magistrato oggi indaghi e accusi, e domani cambi lavoro e si trovi a pronunciare le sentenze, valutando il lavoro di altri pm? É su questi interrogativi che da anni si combatte una delle battaglie più intense tra giudici e politica. Ed è su questo che verte il sesto referendum radicale. La domanda che apparirebbe sulla scheda è complicata ai limiti dell'incomprensibile, perché si districa tra un nugolo di commi di diverse leggi, ma punta a un obiettivo chiaro: chi fa il giudice deve fare il giudice per tutta la vita; chi fa il pm non può diventare giudice.
Le conseguenze dell'approvazione, a sentire i magistrati, sarebbero catastrofiche: i pubblici ministeri, privati della possibilità di fare anche l'esperienza del giudice, si ridurrebbero a una sorta di poliziotti con la toga, destinati prima o tardi a finire agli ordini della politica. Perderebbero inevitabilmente la «cultura della giurisdizione», cioè la capacità di giudicare in base al diritto e non alle convinzioni accusatorie.
L'argomento non è privo di fascino. Peccato che, vista dall'interno del palazzaccio milanese, la difesa a oltranza della carriera unica per giudici e pm si presenti come una battaglia ormai fuori dal tempo. Già oggi, nei posti chiave della Procura milanese, ci sono quasi soltanto magistrati che il giudice non lo hanno praticamente mai fatto. Non hanno mai processato un imputato, se non in tempi assai remoti. E non per questo accetterebbero di sentirsi dare dei pm poliziotti.
Basta scorrere i curriculum: a partire da quello del capo della Procura, Edmondo Bruti Liberati. Che il giudice vero e proprio lo ha fatto solo fino al 1976, quasi quarant'anni fa, passando poi al tribunale di sorveglianza. Il resto della sua vita professionale Bruti l'ha fatto - oltre che come sindacalista e come membro del Csm - come pm, sostituto procuratore generale e poi come procuratore aggiunto.
Stesso discorso per i suoi vice, i procuratori aggiunti. Pubblici ministeri dalla nascita sono Francesco Greco, capo del pool reati finanziari, e il coordinatore del pool antimafia Ilda Boccassini. Idem per Alberto Nobili, che dirige la sezione omicidi e rapine. Mai celebrato un processo in vita loro: come i loro predecessori, Armando Spataro e Ferdinando Pomarici. Piero Forno, capo della squadra che indaga su pedofili e violentatori, nella sua ormai ultradecennale vita in toga ha celebrato processi per un solo anno, come giudice a latere in corte d'assise: poi si è occupato soltanto di accusare e chiedere condanne. Nella notte dei tempi si perdono i trascorsi come pretore a Monza di Alfredo Robledo, capo del pool pubblica amministrazione, che poi è sempre stato anche lui pm. Unici a vantare un periodo consistente da giudici sono Maurizio Romanelli, capo del pool antiterrorismo, e Nicola Cerrato, che è a capo del pool ambiente ed è il più anziano e prossimo alla pensione dei «vice» di Bruti.
Insomma, se avere fatto il giudice è indispensabile per essere un buon pubblico ministero, i capi della Procura milanese ne hanno fatto comunque volentieri a meno. Se anche il referendum radicale venisse approvato, quindi, in Procura cambierebbe poco o nulla. La specializzazione a vita, la divisione delle mansioni tra giudici ed accusatori è già nei fatti, senza che questo abbia avuto conseguenze particolarmente devastanti. Il referendum si limiterebbe a prenderne atto.