«Abituiamoci a nuove forme di lavoro»

L'arcivescovo «cancella» la Milano da bere, spinge per un altro umanesimo e apre al futuro

Se il peccato si chiama Milano da bere, gli anni in cui consumo e immagine erano tutto, il «nuovo umanesimo» dell'arcivescovo Angelo Scola non è una demonizzazione della produttività poi degenerata. Nella basilica di sant'Ambrogio, nel giorno del suo discorso alla città, il cardinale descrive «lo scoraggiamento che sembra prevalere». Oggi «due clochard sono morti per il freddo» e questi drammi entrano nella preghiera dei Vespri, nuove valanghe nello «scivolamento verso condizioni di povertà e marginalità estrema», in questa Milano dove le case sono occupate per bisogno e per delinquenza, per scollamento sociale.

Non mancano le bacchettate, «al governo che non si può chiamare fuori» soprattutto dall'emergenza casa, alla «politica che non può vivere solo di sondaggi d'opinione», alla «sacrosanta esigenza di giustizia e di eguaglianza» che «comporta il combattere la corruzione, la tecnocrazia e il burocratismo».

Ma l'arcivescovo propone soluzioni che hanno anche suoni di ripresa, nomi legati alla tradizione cittadina, come a salvarla dai suoi antichi eccessi: moda, design, turismo, arte, attrattività sono risorse, oggi come allora. «Un nuovo umanesimo». È «ri-cominciare» a mettere l'uomo al centro, «esporsi direttamente per il bene di tutti». «Una Milano amata da tutti e amata per tutti» è il sogno conclusivo.

A partire dal lavoro, l'emergenza più alta. Con un riferimento pur implicito al Job Act, alle nuove forme di lavoro: «Si rivela sempre più necessario lasciarsi interrogare dal nuovo e dalle sue conseguenze, che spesso implicano sacrificio, evitando sterili arroccamenti su modelli di lavoro destinati a scomparire» dice il cardinale, mentre il pensiero va ai dibattiti sull'articolo 18 (e non solo).

Scola vede qualche nota rosa nonostante tutto. «Nel tessuto economico milanese si riscontrano risorse promettenti per il lavoro legate alla moda, al design, alle cultura e agli eventi». Fiducia nel futuro della città di crescere e attrarre: «Grazie all'arte Milano sta scoprendo la sua vocazione di città turistica: fanno ben sperare i nuovi percorsi nati in vista dell'Expo».

Attenzione agli ultimi, a chi è in condizioni di disagio grave. Si trovano dappertutto i poveri, chi vive qui da sempre e chi è immigrato. «La maggioranza di coloro che ricevono assistenza per la loro condizione indigente sono stranieri - dice Scola -, anche se il numero di italiani è in continuo aumento». Persone in difficoltà grave, non in zone limitate della città, come accade in altre aree del mondo, favelas e slum, bidonvillas e villas miserias dell'America latina, dell'India, nelle megalopoli d'oltreoceano. «Una caratteristica distingue Milano da altre metropoli - dice -. Qui povertà ed esclusione sono distribuite a macchia di leopardo. Non si può parlare di veri e propri ghetti, perché si trovano dappertutto in città».

È la perdita del lavoro ad aver determinato «lo scivolamento» drammatico. A Milano un'indagine del marzo 2013 sui senza fissa dimora ha rilevato 531 persone in strada e 2106 in strutture di prima accoglienza. Due clochard sono morti ieri. Ma non bisogna perdere la speranza: «Aiutano le proposte di "nuovo welfare comunitario": il concorso di istituzioni pubbliche e private con la libera iniziativa dei cittadini».

Nelle prime file il sindaco, Giuliano Pisapia, il presidente della Regione, Roberto Maroni, i primi cittadini di tanti dei 133 Comuni che dal primo gennaio 2015 saranno Città metropolitana: quest'«unione delle terre ambrosiane» è come riconoscere «un dato di fatto». Insomma, per il cardinale Scola, la Grande Milano esiste già.