Adesso Sala scarica Renzi: «Milano non è la sua culla Il governo? Mi farò sentire»

A rischio le opere previste dal Patto per la città: «Allunghiamo la M5 solo se ci mette i soldi lo Stato»

«Non sono renziano» lo ha ripetuto prima, dopo e durante la campagna elettorale (anche se gli han fatto comodo le passerelle dell'ex premier in vista del voto per le Comunali). Ora Beppe Sala rifiuta pure che Milano venga «definita la culla del renzismo», come molti stanno facendo in questi giorni dopo l'esito del referendum che ha visto il capoluogo lombardo in controtendenza, con la vittoria (anche se di poco) del sì, e soprattutto grazie ai voti del centro e non tanto delle periferie che la giunta ora prova a riconquistare con il piano «Fare Milano». A Milano, precisa il sindaco, «ha vinto il sì, in particolare in zona 1, perché la gente ha portato il suo malessere o benessere in cabina elettorale. E Milano è una città che sta meglio di tante altre. Anche se c'è tantissimo da fare». Dopo lo scambio di messaggi con Renzi domenica notte, a poche ora dalle dimissioni dal governo, Sala risponde secco di non averlo più sentito. E a distanza di qualche giorno, ieri ha sottolineato che «Renzi ha sbagliato, come pure lui ha ammesso peraltro, a personalizzare il referendum, su questo non c'è dubbio». Era «abbastanza evidente che la gente avrebbe portato i suoi mal di pancia nelle urne». Ora «penso che si debba andare a votare al più presto, ma con una legge elettorale che consenta di esprimere un voto che sia un po' più definitivo e dia la possibilità di governare a lungo». Sala è il sindaco di sinistra più in vista e la debàcle di Renzi, evitata a Milano, può dargli più visibilità a livello nazionale e peso nel partito. Giorni fa ha già sminuito l'operazione di Pisapia per creare un ponte tra Pd e la sinistra-arancione («è senza truppe») ora sottolinea il rischio che al Pd «se si spacca, e si spacca in maniera significativa, sarà molto difficile pensare di essere ancora una forza di governo». Bisogna «capire come uscirà da questa situazione e quanti pensa di poter ancora portare alle urne» che lo votino, «il tripolarismo è vivo più che mai, anzi i media ci dicono che M5s è in vantaggio».

Il Comune lancia un piano da 356 milioni solo sulle periferie e nel capitolo Mobilità presenta il prolungamento della linea M5 da Bignami a Monza centro che da solo vale circa 1,3 miliardi. Fondi promessi nel Patto per Milano firmato da Renzi con un inchiostro che oggi sembra quanto mai simpatico. «Ci sono i fondi per avviare lo studio tecnico, nel patto c'era l'impegno del governo a reperire i soldi per costruire l'opera e le metropolitane si riescono a fare nella misura in cui il governo finanzia al 60-65% altrimenti non è possibile. Non ho timori, ma non credo ci siano rischi che il Patto possa diventare lettera morta con un nuovo governo. Certamente richiamerò con forza e farò sentire la voce di Milano».

Un avvertimento che lancia anche dal palco. In platea al Base di via Bergognone circa 300 persone. Invitati, ma non si presentano, i consiglieri del centrodestra e i 5 Stelle. Tra gli ospiti: Demetrio Albertini, Massimo Ferlini, Luigi Roth, Salvatore Carrubba, Carlo Tognoli, Paolo Pillitteri, Diana Bracco, Sergio Escobar, Gualtiero Marchesi, Lionello Cerri, il prefetto e il questore. Dobbiamo «annullare il divario tra la Milano che cresce e le periferie» avverte, il segnale che arriva anche dal voto per il Referendum, «mi rivolgo fin da ora al governo nascente per dire chiaro che Milano è disponibile e felice di caricarsi sulle spalle il peso delle politiche di accoglienza, di essere traino del Paese e un'avanguardia del cambiamento, ma pretende un rapporto assolutamente paritario, non rischi di non valorizzare a fondo il modello Milano».

ChiCa