Aggrediti a picconate Per due tentati omicidi altri 8 anni a Kabobo

L'africano era già stato condannato per triplice omicidio Ieri la sentenza per le persone ferite nel suo tragico raid

A guardarlo mentre aspetta la nuova udienza e la nuova condanna, in un anfratto del settimo piano del tribunale, difficile provare paura. Perché Adam Kabobo, il ghanese che nel gennaio di due anni fa seminò la morte in una strada di Niguarda, oggi è una specie di zombi annichilito dal carcere e dagli psicofarmaci, l'ombra dell'ombra della furia scatenata di quel giorno. A tenerlo a bada, bastano due agenti. Lui se ne sta lì, le mani serrate negli schiavettoni, le palpebre calate, immobile. L'attesa è lunga, perché manca l'interprete. Quando finalmente si comincia, la parola agli avvocati e poi la sentenza: altri otto anni di carcere, altri tre di ospedale psichiatrico. Ma nulla di quello che accade sembra sfiorare Kabobo perso nella sua trance.

Il processo che termina ieri riguarda i reati per così dire più lievi commessi da Kabobo l'11 maggio 2013, quando armato di piccone e urlando frasi scomposte iniziò ad aggredire chiunque gli capitasse nei pressi. Tre sventurati - Daniele Carella, Alessandro Carolé, ed Ermanno Masini, - persero la vita sotto le picconate del ghanese: per il triplice omicidio Kabobo è già stato condannato a vent'anni di carcere e a tre di internamento. Ieri arriva la condanna anche per le aggressioni a due vittime, Andrea Carfora e Francesco Niro, che riuscirono a sopravvivere per caso alle furia dell'energumeno. Per questi episodi Kabobo era accusato di duplice tentato omicidio.

É possibile che al termine dei processi il conto finale che Kabobo dovrà espiare sarà un po' inferiore alla somma algebrica delle due condanne, perché è abbastanza evidente che tutti i delitti commessi quel giorno facevano parte di una unica partita scatenata dal giovane africano contro il mondo, e che vadano quindi considerati un unico grande delitto. Nei fattori scatenanti di quella giornata di violenza hanno scavato a lungo gli psichiatri nominati dal tribunale, ed è stata una fatica resa più improba dalla difficoltà di comunicare con un interlocutore che parla solo in un dialetto africano. Il risultato finale è stato forse fin troppo severo: a Kabobo non è stata riconosciuta la incapacità totale di intendere, che lo avrebbe reso non processabile, ma solo quella parziale. Sulla base della perizia medica i giudici del primo processo hanno scritto che le «voci» nella testa di Kabobo «non impongono, non comandano, non stabiliscono che debba aggredire e uccidere, ma si limitano a suggerire una determinata condotta». É lui, insomma, a decidere di seminare morte, con l'obiettivo deliberato di «essere catturato, ponendo fine così alle sofferenze dovute all'insoddisfazione dei bisogni primari».

Ora Kabobo dovrà scontare in carcere la pena detentiva, e quando avrà finito non tornerà libero ma verrà affidato ai medici: non a un Opg, i manicomi giudiziari che proprio in questi giorni vengono chiusi per legge, ma a una «Rems»,una struttura protetta. Ma è difficile immaginare oggi in quale stato si troverà un uomo che è già ora in queste condizioni.

Per quel triplice delitto l'africano è stato condannato a 20, poiché i giudici non gli hanno riconosciuto l'infermità mentale

I giudici hanno anche deciso che dovrà rimanere complessivamente sei anni rinchiuso un ospedale psichiatrico

L'11 maggio 2013 Kabobo uccise e acolpi colpì di piccone tre innocenti passanti perché, disse, «Me l'aveva ordinato Dio»