All'Elfo un'«Apocalisse» di risate

L'istrionico Dighero ricorda Fantozzi e Hellzapoppin'

Antonio Bozzo

Fantozzi più «Hellzapoppin'». È il binomio che viene in mente seduti in poltrona per seguire «Apocalisse», in scena all'Elfo Puccini (Sala Fassbinder) ancora per l'ultima replica di stasera. Si ride, non in modo amaro, ma grazie alla surrealtà delle situazioni cui dà vita l'istrionico Ugo Dighero: si vede che è stato nella banda dei Broncoviz, con Maurizio Crozza (prima che diventasse un dio da talk show), Carla Signoris, Mauro Pirovano e altri parodisti di vaglia. Dighero, diretto da Giorgio Gallione, lavora su due racconti di Niccolò Ammaniti: «Lo zoologo» e «Sei il mio tesoro», scritto con Antonio Manzini. Non si fa in tempo ad alzare e abbassare le palpebre che in palcoscenico càpita di tutto: lo studente morto ammazzato diventa uno zombie e prende il tram che attraversa Roma; lo zombie dà l'esame di zoologia e fa carriera, fino a professore all'Università. L'altro tipo apocalittico è un chirurgo estetico, che per paura di farsi beccare dalla polizia mentre sniffa, imbottisce di cocaina il seno (finto) di una sua paziente, diva della televisione. Quella zinna soda di droga è il tesoro che il medico deve riprendersi. Ne succedono di ogni, direbbero i ragazzi che di certo potrebbero divertirsi molto, con uno spettacolo così. Ma che c'entra Fantozzi? C'entra, perché dalla cadenza (Dighero, come Villaggio, è genovese) alle battute da cartone animato cinico, alla presa in giro dei costumi italiani - calcistici, sessuali, medici, studenteschi, polizieschi - è nell'esagerazione grottesca che lo spettacolo ottiene applausi. Vero, Ammaniti ci mette del suo, ma se a leggere le pagine dello scrittore che fu Cannibale potrebbe venire in mente, a lettori ben disposti, un esercizio di stile alla Queneau, il teatro ne esalta lo spirito comico e il pensiero va a Fantozzi. L'apocalisse del titolo è dentro di noi, può esplodere da un momento all'altro. Persino la circolazione del sangue può farci soffrire, se decidiamo di avvertirla. Dighero prima ci istruisce da una sorta di torre, per poi prendere tutta la scena raccontandoci le due storie che si fondono, flusso dello stesso inverosimile delirio.