Altro che Milano renziana Giovani e periferie voltano le spalle al Pd

I numeri veri spengono le illusioni della sinistra Gli anti-Renzi pagano solo la debolezza di Grillo

Federica Venni

C'è chi se lo gioca come premio di consolazione. C'è chi tira in ballo modernità, tensione al cambiamento e illuminismo d'avanguardia. C'è chi ne fa l'occasione per sventolare l'abusato «modello Milano». Ma il ritornello di coloro che cercano tutti gli appigli possibili per battezzare il capoluogo lombardo come punto di ripartenza del modello renziano, nasconde un eccesso di ottimismo. La vittoria di domenica - che con quel 51,13% è poco più di un pareggio - resta un risultato deludente per il fronte del Sì. In primis perché Milano resta comunque, insieme al feudo bergamasco di Giorgio Gori, una mosca bianca in una Lombardia dove il No ha prevalso ovunque. La città dunque non solo non si è dimostrata, come si sperava, un traino per il Paese, ma nemmeno per la Regione di cui è capoluogo.

Se poi si rileggono i risultati delle scorse comunali con le percentuali realizzate dai singoli partiti, è verosimile credere che più che ad una forza del Sì, l'esito referendario sia legato ad una debolezza del No rispetto al resto d'Italia. I grillini, ad esempio, che a livello nazionale si sono mobilitati in massa (secondo Nando Pagnoncelli si è astenuto solo il 5% degli elettori pentastellati), a Milano, per tradizione, non hanno un peso così determinante. Così come la Lega di Matteo Salvini che, pur registrando solo un 6,7% di astenuti, ha un'influenza minore di Forza d'Italia, partito in cui un elettore su quattro si è schierato per il Sì. Spulciando infine i dati dei singoli municipi, senza il centro storico in città avrebbe vinto il No. Se poi Milano fosse in linea con i dati italiani emersi per fasce di età, ci sarebbe un altro campanello d'allarme: che fra i giovani tra i 18 e i 34 anni abbia prevalso il No con l'80% non è certo incoraggiante in una città dove la segreteria del Pd è fatta per lo più da trentenni. Insomma, tra il constatare che è andata meno peggio che altrove e l'elevare la «city» italiana a baluardo del renzismo ce ne passa.

Per quanto riguarda invece il voto lombardo il segnale è più chiaro e netto: la campagna di Roberto Maroni e dei sindaci iscritti al suo comitato istituzionale per il No ha funzionato. Puntare tutto su una riforma del Titolo V che avrebbe livellato la regione più virtuosa del Paese a tutto il resto d'Italia si è rivelata una strategia vincente: lo spauracchio di un sistema sanitario meno autonomo e quindi meno efficiente e la prospettiva della fine di qualsiasi aspirazione federalista, soprattutto in tema di tasse, devono aver convinto i cittadini a bloccare la deriva centrista della riforma. Stiamo parlando, oltre tutto, della regione con il residuo fiscale più alto d'Italia: 54 miliardi di euro l'anno, cioè più del 30% dei risparmi del territorio, che finiscono a Roma, a differenza di altre regioni dove si va dal 20% al 10% fino ad arrivare allo zero per quelle a Statuto Speciale. Le uniche, tra l'altro, non toccate dalla riforma. È quella puzza di fregatura che, dunque, ha spinto i lombardi sul No. In questo contesto si può dire perciò che nella Milano in leggera controtendenza abbia prevalso, rispetto alla tensione federalista, il pragmatismo di una cittadinanza che malvolentieri cede alle sirene grilline. Ma che non è bastato, però, a contenere lo scontento dei liberi professionisti e dei piccoli imprenditori che rappresentano il tessuto economico e sociale della città e che certo non sono stati gli interlocutori privilegiati di Matteo Renzi e del suo governo.