Amianto all'Alfa «Processate l'ex ad della Fiat Cantarella»

Non se la possono cavare, dice la Procura della Repubblica, sostenendo che l'amianto era in quegli anni un nemico sconosciuto, un materiale la cui terribile pericolosità si sarebbe scoperta solo successivamente. Perché le indagini del pm Maurizio Ascione hanno scoperto che anche l'Alfa Romeo, come buona parte delle aziende italiane finite in questi anni sotto inchiesta, era in grado di conoscere le insidie nascoste nella sostanza impiegata per coibentare e isolare. Ma i manager non fecero nulla: così gli operai si ammalarono e morirono. Nella fabbrica simbolo dell'industria a Milano - e lo stesso accadeva nell'altra fabbrica-simbolo, la Pirelli - lavorare nelle linee significava rischiare la pelle.
Adesso la Procura chiede che finiscano sotto processo per omicidio colposo i dirigenti dell'epoca dell'Alfa. In testa al gruppo l'amministratore delegato della Fiat Paolo Cantarella e l'ex amministratore delegato dell'Alfa Romeo Corrado Innocenti. E insieme a loro Piero Fusaro, Luigi Francione, Giorgio Garuzzo, Vincenzo Moro e Giovanni Battista Razelli, tutti top manager del gruppo del Biscione o della Fiat, che aveva assorbito Alfa .
Nel fascicolo, ventuno storie di operai morti, quasi tutti per mesotelioma, ad anni di distanza dal periodo trascorso ad Arese. In base alle indagini del pm Ascione, non ci sono dubbi che i tumori fossero la conseguenza diretta dell'esposizione all'amianto. L'avvocato di Cantarella, Giovannandrea Anfora, ieri ribatte che «nelle lavorazioni dello stabilimento di Arese non era previsto alcun utilizzo di materiali contenenti amianto, così come è già stato pure dimostrato come fosse inesistente alcun fattore di rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori».