"Amleto è il mio eroe: per questo sul palco gli dedico un concerto"

L'attore omaggia il classico shakespeariano Una drammaturgia a 4 mani con la Verdi

Un uomo in mezzo all'orchestra, senza strumenti se non la voce. Così appare Fabrizio Gifuni in Concerto per Amleto, in scena allo Strehler fino a domenica.

Shakespeare e musica. Come è venuta l'idea di metterli insieme?

«Il progetto è stato ideato da me con il maestro Rino Marrone qualche anno fa. Lo abbiamo presentato a Bari, dove Marrone è stato direttore dell'Orchestra sinfonica della Provincia e del Collegio Musiche, poi al Parco della Musica di Roma e l'anno scorso al San Carlo di Napoli».

A Milano è dunque un debutto?

«Sì, ed è la prima volta che lo spettacolo va in un luogo totalmente teatrale come il Piccolo. A Milano arriva l'ultima edizione, arricchita di alcune scene e di due nuovi brani. Le molte voci dell'Amleto shakespeariano si intrecciano all'affresco sonoro di Dmitrij ostakovi, con le note dell'orchestra Giuseppe Verdi di Milano, diretta da Marrone. Il primo brano, del 1932, è una suite tratta dalle musiche di scena per un'edizione teatrale dell'Amleto firmata da Nicolai Akimov. Il secondo è la colonna sonora del film Hamlet di Grigori Kozintsev».

E le parole? Abbiamo sentito parlare di Eraclito e Gadda, non solo del Bardo.

«Con Eraclito comincio. Un suo frammento, che a me piace molto, dice: il tempo è un bambino che gioca spostando i pezzi sulla scacchiera, il regno di un fanciullo. Una sorta di Shakespeare secoli prima, con i temi portanti del Bardo, il tempo e il gioco. Gadda invece è il Gadda della Cognizione del dolore. Alla lingua gaddiana, una corazza per resistere al dolore atroce dell'essere o non essere, ossia la tentazione del suicidio, mi ha avvicinato proprio Amleto. Entrambi sono abitati dalle stesse nevrastenie».

Il compianto Orazio Costa ci ha messo lo zampino?

«In qualche modo sì. Costa è un gigante troppo spesso dimenticato, grande maestro di pedagogia teatrale. Ronconi lo riconosceva come unica guida, così come Gian Maria Volontè e Carmelo Bene, attori agli opposti, che in Costa avevano un maestro comune. Io ho avuto la fortuna, con i miei compagni della Silvio D'Amico, di lavorare tre anni con Costa, quando tornò in Accademia a inizio anni 90, dopo le contestazioni che vent'anni prima lo avevano allontanato dall'insegnamento. Dopo aver lavorato sul suo metodo mimico, anche con materiali di Jacopone da Todi, passai due anni con Amleto. Sei o sette ore al giorno, noi allievi dovevano interpretare tutti i ruoli, su ordine di Costa: le donne anche quelli maschili, noi anche i femminili. Alla fine, Amleto è come se si fosse depositato in sogno dentro di me».

Shakespeare resta una miniera inesauribile?

«Possiamo scavare dentro il suo lavoro e trovare sempre qualcosa di nuovo. Shakespeare tiene insieme le grandi questioni umane mescolando comico e tragico, cultura alta e cultura bassa, come i monologhi di Amleto con i becchini che irrompono nell'ultimo atto. In più, Shakespeare vuol dire smascheramento del potere e del crimine attraverso il teatro. Dovremmo ricordarcelo quando oggi ci chiediamo quale debba essere il ruolo degli intellettuali. Smascherare il potere, ecco che cosa va fatto».