Anche le moschee battono cassa Otto euro di tassa per il Ramadan

Otto euro di tassa religiosa. La crisi si fa sentire anche nel mondo islamico milanese, che da qui a cinque giorni si appresta a iniziare il mese sacro di digiuno e preghiera. Per questo non ci sarà l'adeguamento all'inflazione del contributo storicamente previsto per il Ramadan. Lo ha annunciato ufficialmente l'Unione delle comunità islamiche italiane, che ha deciso dopo aver sentito le associazioni territoriali: «In accordo con le procedure e il metodo adottato dal Consiglio europeo della fatwa con sede a Bruxelles - ha spiegato il portavoce dell'Unione delle Comunità islamiche in Italia, Hamza Piccardo - l'Ucoii ha deciso che nel nostro Paese il mese di Ramadan inizierà il 20 luglio e terminerà il 19 agosto, quando celebreremo la festa della rottura del digiuno». «Abbiamo anche deciso - ha aggiunto - che la “Zatat al-Fitr”, la tassa religiosa che il fedele deve versare alla comunità, quest'anno sarà di 8 euro».
Ma a che serve la tassa? I dirigenti delle comunità islamiche milanesi spiegano che «nel Corano è prevista in modo dettagliato la destinazione e la natura di questo contributo», diverso da quello ordinario. L'obolo che si versa il venerdì, il giorno più importante per la preghiera settimanale, è infatti facoltativo e può essere impiegato liberamente dai dirigenti delle moschee. «In questo caso invece - spiega Abdel Shaari, del centro di viale Jenner - il contributo è obbligatorio, testimonia l'osservanza del digiuno, può servire a coprire qualche piccola manchevolezza, e deve essere corrisposto prima della preghiera che rompe il digiuno». Il gettito - spiega Shaari - «deve essere obbligatoriamente utilizzato per aiutare i poveri, i bisognosi, le vedove. Non posso comprarci l'aria condizionata per il centro, insomma - spiega Shaari scherzando -. La Zatat non entra nella contabilità normale del centro e quello che raccogliamo viene immediatamente utilizzato in questo modo, e non resta neanche un euro». Nella moschea di via Padova si pagherà 7 euro.
Ma esiste, di fatto, un'area di «esenzione». Dovendo essere utilizzato per i più poveri, è chiaro che non tutti i fedeli alla fine del mese pagheranno il contributo. E forse c'è una bella fetta di quella che, laicamente, si chiamerebbe «elusione». Anche se i partecipanti al Ramadan di un centro arrivano a 10mila, come è prevedibile per esempio per la Casa della cultura islamica di via Padova, il «gettito» non raggiungerà i certo i 70mila euro. «Alla fine - calcola il direttore del centro islamico Mahmoud Asfa - noi raccogliamo circa 10-15mila euro, che utilizziamo per un contributo che consenta a tutte le famiglie, anche quelle più povere, di partecipare in modo decoroso alla nostra festa». Il totale è di decine di migliaia di euro.
I centri islamici non si limitano alle funzioni religiose, e organizzano una sorta di «welfare» parallelo. Forniscono, per esempio, sussidi veri e propri ai fedeli. Ma non solo. I centri, per esempio, si occupano di rimpatriare le salme dei defunti, una spesa ingente che non tutte le famiglie possono sostenere. E anche la cena di rottura del digiuno serale, che ogni sera viene imbandita, ha anche una funzione simile. Inutile dire che la recessione ha effetti pesanti anche nel mondo degli immigrati di religione musulmana: «In quest'ultimo anno sono aumentati in modo esponenziale coloro che chiedono aiuto - spiega ancora Shaari - che non hanno perso il lavoro e che non riescono a trovarlo».