«Anche la Regione manda a casa i fannulloni»

Un’impiegata che risultava in malattia stava invece dietro al bancone di un panificio proprio in via Filzi

Quando era in malattia, lei lavorava. Anche con il certificato medico in tasca non se ne stava tra le quattro mura di casa. Ogni giorno, puntuale, era al panificio di via Filzi: otto ore di fila a dare retta a chi voleva uno yogurt meno grasso o un filoncino di pane più morbido oppure un litro di latte scremato. E ogni tanto le capitava pure di servire i suoi colleghi.
Tran tran quotidiano spezzato però da una lettera di licenziamento, fine del rapporto di lavoro con tanto di carta intestata della Regione Lombardia. Che c’entra la Regione? Be’, quella simpatica e bionda signora che s’affannava dietro il bancone di un panificio a due passi dal Pirellone era un’impiegata dell’amministrazione regionale: dipendente che durante il periodo di malattia lavorava in un negozio.
Caso particolarmente indecente, osserva Roberto Formigoni: «Uno dei cinque licenziamenti attuati dalla Regione per difendere anche il buon nome della stragrande maggioranza dei dipendenti che lavora con serietà e con dedizione». In due anni cinque licenziamenti - su un totale di 3.180 dipendenti (di cui 230 dirigenti) - decisi solo dopo «aver tentato di recuperare chi non faceva il suo lavoro»: «Non siamo dei ghigliottinatori ma interveniamo con provvedimenti disciplinari nei casi in cui questo è opportuno». Già, prima del licenziamento ci sono altri gradi di provvedimenti: il richiamo verbale, la censura, la multa (da 4 ore in su) e la sospensione dal servizio e dalla retribuzione (dal quarto giorni in su).
«Nel caso di un licenziamento» spiega il governatore «c’è stata, ad esempio, una prolungata assenza per oltre un anno e passa. E, attenzione, senza mai produrre uno straccio di certificato». Anche in questo caso - che riguarda un’impiegata - la direzione generale del personale ha tentato prima e «inutilmente» diversi richiami. Procedura analoga a quella comminata ad altre due dipendenti, mentre il quinto caso coinvolge un dirigente, il cui licenziamento è scattato dopo una sentenza passata in giudicato per reati contro la pubblica amministrazione. Situazioni scoperte, nota Formigoni, anche grazie all’informatica: infatti, l’informatizzazione del sistema interno consente «controlli incrociati più precisi».
Controlli indispensabili perché la Regione Lombardia vuole «rendere la propria attività lavorativa sempre più chiara, certificata e attendibile» dopo avere, negli anni passati, «sensibilizzato i dirigenti per incoraggiarli a segnalare i casi di inadempienza sul lavoro. E per questo le leggi esistenti e le norme del contratto nazionale di lavoro sono più che sufficienti, «sapendo che il licenziamento, per quanto doloroso, se è necessario viene applicato senza indulgenza come può avvenire un’azienda privata ben amministrata»: i dirigenti fanno le segnalazioni alla direzione generale del personale e inizia l’iter ovvero «bastano questi strumenti e basta saperli e volerli utilizzare». D’altronde, c’è anche un lavoro a monte, precisa il governatore, perché dipendenti e dirigenti «siano consapevoli del servizio che realizzano». Lo dimostra, secondo il presidente, la reazione avuta dal personale quel 18 aprile 2002 quando un aereo entrò al ventiseiesimo piano del Pirellone: già il giorno dopo, un venerdì, il personale pur sotto choc si presentò al lavoro così come sabato e domenica e «al lunedì fu possibile riaprire gli uffici». Tutti presenti, tranne forse quell’impiegata che lavorava pure dal fornaio di via Filzi. E che, nota finale, ha persino presentato ricorso contro il licenziamento.