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prima, ma dal punto di vista dell'odio è un buon anno anche quello, come del resto lo è stato l 'anno prima e lo sarà l'anno dopo. Evade Curcio, muore sprangato il missino Ramelli, muore sparato il comunista Varalli, muore investito da un gippone della polizia l’insegnante Zibecchi, i Nuclei Armati Proletari rapiscono il giudice De Gennaro, ci sono i «proletari in divisa» che a volto coperto e a pugno chiuso sfilano per il 25 aprile e ci sono i «ragazzi del massacro» del Circeo. Sul fronte strettamente politico è l’anno dell’eurocomunismo e alle elezioni amministrative la Dc scende al 35,3 per cento mentre il Pci sale al 33,4...
Le due squadre di calcio improvvisate che giocano su quel campo di provincia incarnano due differenti e in qualche modo opposti set cinematografici, ovvero due registi, due film e, in un certo senso, due Italie. Il 1975 è, sotto molti punti di vista, un anno esemplare anche se a ben guardare ogni anno di quel decennio potrebbe esserlo altrettanto legittimamente: il tasso di odio, ideologizzazione, estremismo, ribellismo, vittimismo, stupidità politica, crisi economica è spalmato su tutto l’arco con omogenea efficacia e senza privilegi di classe, di censo, di rango. E naturalmente se su quel campetto ci sono due Italie metaforiche che si affrontano, ce n’è una terza che affolla le gradinate, o magari sta a casa a guardare la televisione, o è in viaggio per quello che non è ancora un’abitudine, ma è già una realtà: il weekend. Il 1975 è infatti l’anno in cui la Barilla lancia la linea del Mulino bianco, sembra incredibile e invece è vero: per penuria di monete da cento lo Stato ha messo in circolazione i miniassegni di identico valore, l’inflazione è al 17 per cento, ma il 35,4 per cento degli italiani va in vacanza, il 70 per cento con il proprio mezzo di trasporto, a Milano sono in 12 ad avere il telefonino in automobile...
Le cifre, innanzitutto. Numericamente i Settanta possono essere così riassunti: 7.866 attentati contro caserme di carabinieri, uffici pubblici, commissariati; 4.290 atti di violenza durante manifestazioni e cortei; 362 morti e 172 feriti in agguati; 11 stragi (per un totale di 151 morti e oltre 500 feriti); 9 «esecuzioni» all’interno delle formazioni combattenti (per eliminare i «deviazionisti» e i «traditori»); 15 rapimenti politici; 597 sigle di formazioni che hanno rivendicato attentati o agguati (484 di sinistra, 113 di destra); 37 terroristi uccisi in conflitti a fuoco con le forze dell’ordine.
Dietro questi numeri c’è un clima, un’epoca, un modo di sentire. Il clima, l’epoca e il modo di sentire che fa scrivere a Leonardo Sciascia: «C’è una classe al potere che non muterà mai se non suicidandosi. Non voglio per nulla distoglierla da questo proposito e contribuire a riconfortarla».
La partita di quella primavera del 1975 è fra la troupe di Salò, che si rivelerà l’ultimo film di Pier Paolo Pasolini, e quella di Novecento, del regista Bernardo Bertolucci. Bertolucci non sa nemmeno com’è fatto un pallone, e infatti finge di fare l’allenatore. Il suo approccio con il calcio è del genere degli intellettuali contrari all’oppio nazionalistico del football. Pasolini no, lui per il calcio darebbe l’anima, e infatti gioca, all’ala, si danna, corre, urla. Per lui il calcio è una delle cose ancora genuinamente popolari rimasta, un piacere, appunto, di popolo, né plebeo né aristocratico, né borghese, ma trasversale, italiano, nazionale, se non fosse che in quell’anno di grazia 1975 la nazione, lo abbiamo detto, non va più di moda,e la patria è stata derubricata a Paese.
Salò e Novecento sono due squadre di calcio contrapposte e due Italie diverse e fra loro in conflitto. Lasciamo stare la qualità dei film, che in entrambi i casi è mediocre, gravata dall’eccesso di simboli, di contenuti, di messaggi che i registi vi affastellano. Artisticamente parlando gran parte dei Settanta è così, e il 1975 non fa eccezione, è ad alto tasso ideologico: il più bel romanzo del decennio è Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, ma è un libro uscito postumo, il successo del decennio è Porci con le ali, e ho detto tutto. Al cinema le cose vanno meglio, ma nessuno dei film riusciti che allora escono incarna l’epoca meglio dei due film falliti qui presi in esame. L’Italia di Salò, ovvero l’Italia di Pasolini è un qualcosa di mostruoso, di funereo e di delittuoso, un brulicare di corpi, un groviglio di vizi, un fetore di corruzione e di morte, un conformismo cieco e disperato. «Gli italiani sono divenuti in pochi anni un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l’avevo amata. Ho visto dunque, “coi miei sensi” il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione».
È un cataclisma antropologico quello che Salò mette in scena, è un cataclisma antropologico quello che Pasolini vede scorrere davanti a sé, sente scorrere dentro di sé, «il genocidio dell’Italia tradizionale, borghese e popolare». Di lì a qualche mese finirà ammazzato in un modo che didascalicamente, quasi, accumula particolari su particolari di quella «irreversibile degradazione». Al confronto l’Italia di Novecento è melodramma, comunismo alla parmigiana, immense bandiere rosse che ricoprono il popolo che ha sconfitto il fascismo, la storia di classe in chiave antipadronale, retorica e trionfalismo populista, i buoni e i cattivi, il Bene e il Male, l’immancabile vittoria delle forze del Progresso contro quelle della Reazione. Bertolucci la racconta dalla parte degli «unti del Signore», un po’ nello stile degli Uomini e no del peggior Vittorini del ’45. Lì il capo dei fascisti si chiamava Cane nero, qui si chiama Attila... E tuttavia è in buona compagnia, quell’Italia esiste, nell’idea che la Resistenza è stata tradita, che la Rivoluzione si può e si deve ancora fare, che l’avversario politico è un nemico metafisico, che solo lì è la parte sana, la parte colta, la parte giusta, i migliori, oi polloi... Da questo punto di vista Pasolini è ancora più solo: «Ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti. Nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male».
In quel 1975 ci sono anche loro, ci sono anche i fascisti. C’è Sergio Ramelli, sprangato a morte a 19 anni, ma c’è anche l’altra faccia, i «rappresentanti inevitabili del Male» come i massacratori di due povere disgraziate in una villa sul litorale laziale, i «giustizieri», i bombaroli, i camerati duri e puri, i campi paramilitari, la mistica del basco, gli slogan «Basta coi bordelli,/ Vogliamo i colonnelli»... Il golpe in Cile è di appena due anni prima, i colonnelli greci hanno perso il potere appena un anno prima, i vietcong sono invece proprio allora entrati a Saigon, proprio allora esce di scena il generalissimo Franco. L’anno dopo ci sarà il golpe in Argentina, la morte di Mao in Cina... Il pendolo della politica e dell’ideologia oscilla da destra a sinistra e permette le peggiori illusioni. I fascisti sono anche su quel campo di calcio dove Bertolucci allena e Pasolini corre.
Si potrebbe anche pensare a quella partita come la metafora di un’Italia come potrebbe essere, felice anche con poco, allegra e animata di speranza, capace di attingere da quella passione gli elementi per una resurrezione, un Paese civile, dove ancora si è capaci di sorridere, lo sport non è un’industria, il tifo non è violenza e giocare, «tifare» non è una questione di classe, fa parte della vita... È un’illusione, naturalmente. Il calcio-scommesse scoppierà di lì a cinque anni, ma è, appunto, il bubbone che esplode di una corruzione che ha infettato tutto. Ci sono già state le tangenti petrolifere, lo scandalo Lockheed, il crac Sindona, la bancarotta di Caltagirone. Il giocattolo si è rotto, e non lo ripareremo più. Il volto istituzionale del Paese fa il resto. Bizantinismi incomprensibili, governi a ripetizione, partitocrazia imperante, la fine emblematica della Prima Repubblica con la cerimonia funebre di Stato per Aldo Moro, una Repubblica sprofondata nella notte mentre quel cadavere «desaparecido» per l’ufficialità viene seppellito in forma privata a Turrita Tiberina. Ancora un decennio e andrà tutto in pezzi.