Antifascista inflessibile e feroce, ma non ruffiano

Sì agli onori che si debbono a una Medaglia d’oro ma suona eccessiva la totale e corale esaltazione

(...) nel volgere di pochi mesi, mentre crollava il nazismo e il fantasma di Mussolini vagava a Salò, scoprirono d'improvviso d'avere aneliti resistenziali. Un colpo di fulmine democratico li riscattò da passati ozi in camicia nera, e permise loro di rivendicare poltrone e appannaggi.
No, Giovanni Pesce era ben altra cosa. Da adolescente aveva conosciuto l'emigrazione, e il massacrante lavoro nelle miniere francesi. Si capisce che con quei precedenti e in quelle condizioni aderisse al Partito comunista. Ma, avendo coraggio da vendere, non si limitò a questo: raggiunse la Spagna, non ancora ventenne, per combattere valorosamente contro i franchisti nelle brigate internazionali. Al ritorno i Italia fu incarcerato e poi mandato al «confino». La lotta partigiana lo trovò nelle file dei Gap (Gruppi d'azione patriottica) che erano un'emanazione del Pci, e che praticavano agguati e sabotaggi nelle città. Aveva il nome di battaglia «Visone», che era poi la località dell'alessandrino da cui proveniva.
Davvero ogni pietà era morta, nelle azioni di questi gruppi, contraddistinte da un'estrema audacia e nel contempo da una determinazione feroce: così come feroci erano le ritorsioni nazifasciste. Per il suo comportamento Pesce ebbe la medaglia d'oro, e divenne una delle figure simboliche della Resistenza: sempre occupando incarichi politici nel Pci e poi in Rifondazione, e sempre avendo un ruolo importante nelle organizzazioni che della Resistenza custodiscono la storia e la memoria.
Una vita di assoluta coerenza, nell'ideologia e nelle scelte di campo. Dunque una vita e una morte di fronte alla quale tutti - compresi gli avversari - devono togliersi il cappello. Senza che questo comporti quella totale e corale esaltazione - ma con i funerali succede - che ha contrassegnato gli ultimi saluti rivolti all'intrepido combattente. C'è nella scelta di una militanza come quella dei Gap un che di estremo, l'annullamento del nemico come persona umana. Ma questo a Pesce non poteva essere rimproverato: perché era già inflessibile nell'antifascismo mentre sotto il balcone di Palazzo Venezia s'assiepavano, con la moltitudine, anche i successivi cantori di «Bella ciao».
Ma la discussione sull'utilità d'una strategia di morte che non abbreviò nemmeno d'un giorno la seconda guerra mondiale sono considerate - almeno lo spero - legittime. Anche se in una polemica tardiva Sergio Luzzatto, prendendosela sul Corriere della sera con il nuovo libro di Andrea Tornielli Pio XII (Mondadori), attribuiva al battaglione «Bozen» di territoriali altoatesini - 33 dei quali uccisi dall'attentato di via Rasella insieme ad alcuni civili italiani - «alcuni degli episodi più feroci della guerra antipartigiana in Italia». Un'esagerazione.
Ogni occasione è buona, insomma, per risfoderare il mito d'una Resistenza senza macchie - né prima della Liberazione né dopo - e d'un nazifascismo nel quale si fosse dissolta, in chiunque vi partecipasse, ogni traccia di sentimenti. Non ho dubbio alcuno sullo slancio del Pesce giovane e del Pesce vecchio nel volere il riscatto degli umili, e - come hanno detto esponenti della «sinistra critica» - una società più giusta, una società «socialista». Più giusta e socialista significa anche una società libera e liberale, così come la concepiscono le istituzioni delle grandi democrazie, e così come non la concepì mai il comunismo? L'età porta con sé rimpianti, rimorsi, prese di coscienza. M'è parso molto significativo ciò che il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, ha ricordato: ossia che Pesce volle il 17 maggio scorso essere presente allo scoprimento d'una lapide in memoria di Luigi Calabresi. La pietà che era morta è tornata.