Appalti Expo in Tribunale, c'era un patto per truccarli

Nelle mail tra Comune, ministero e magistrati la prova Tutti d'accordo per aggirare le leggi sulle assegnazioni

Tutti nel mirino, giudici compresi. Ecco l'atto finale dell'inchiesta che l'Autorità nazionale anticorruzione ha condotto sulle spese milionarie per l'ammodernamento del palazzo di Giustizia di Milano. È un elenco lungo e meticoloso di irregolarità, di fondi Expo spesi senza rispettare le regole sulle gare d'appalto, assegnati in modo arbitrario e accampando motivazioni rivelatisi inesistenti. Il provvedimento è stato notificato venerdì scorso al Comune e al Dgsia, la struttura per gli appalti informatici del ministero della Giustizia, e quantifica in quasi dieci milioni di euro gli appalti aggirati. Dei 15.766.649 di stanziamento complessivo, solo 5.883.240 sono stati assegnati con gara. Ma il punto cruciale è il numero 6 del documento, che affronta il ruolo che in queste spese fuori controllo ha avuto il «Gruppo di lavoro per l'infrastrutturazione informatica degli uffici giudiziari di Milano».

È all'interno di questo Gruppo che si pianifica dall'inizio il sistematico aggiramento delle regole sugli appalti. L'atto finale dell'Anac spiega che è stata analizzata l'attività del Gruppo dal luglio 2010 all'ottobre 2014. I lavori, cioè, iniziarono ben prima che dal Comune venisse stanziata la prima tranche di finanziamenti, che porta la data del settembre 2010. E si scopre che, ognuno per la sua parte, tutti i componenti del gruppo avevano deciso, prima ancora che venisse steso l'elenco dei lavori necessari per il tribunale, che le commesse sarebbero state affidate per la parte più sostanziosa alle imprese già scelte. Al Dgsia, poi, veniva dato l'incarico di trovare una giustificazione formale per ogni singolo aggiramento.

Il problema è: chi faceva parte del «Gruppo di lavoro»? La composizione del tavolo variava di volta in volta. Certamente c'era il Comune, quasi sempre c'era il ministero della Giustizia. E nelle riunioni chiave c'erano altrettanto certamente i vertici degli uffici giudiziari: il tribunale, la Corte d'appello, la Procura generale, la Procura della Repubblica. Tutti c'erano e tutti sapevano, come d'altronde sostiene dall'inizio Carmelo Maugeri, il funzionario del Comune che agiva come responsabile degli appalti.

Settantadue i procedimenti analizzati, venticinque quelli che l'Anac considera critici. Ci sono i lavori affidati senza gara a Elsag Datamat, a British Telecom Italia, a Siemens, a Tim, a Net Service (galassia Finmeccanica, come Elsag), a Guerrato, tutte scelte come vincitrici a tavolino. Si torna a parlare del ruolo della Camera di commercio, cui di fatto viene appaltata la realizzazione del sito Internet del tribunale, al costo di 250mila euro, anche qui senza alcuna gara: la motivazione ufficiale è che la Camera di commercio offre già le competenze e le garanzie di riservatezza necessarie, in quanto gestisce il sito dei fallimenti e delle aste giudiziarie (servizio, peraltro, finito al centro di una inchiesta giudiziaria). Ma per Cantone si tratta di una connessione campata per aria, utile solo a giustificare l'appalto diretto.

E sotto tiro finisce anche un'altra istituzione milanese, il Politecnico, da tempo legato ai vertici della magistratura milanese da una serie di operazioni. Il Dipartimento di ingegneria gestionale del Politecnico, guidato da Emilio Bartezzaghi, ha incassato 60mila euro dei fondi Expo per la giustizia per fornire «modelli organizzativi» e per realizzare una soluzione di semplificazione e ammodernamento dell'attività delle segreterie dei magistrati. Ma l'Anac rileva che non solo non sono stati consultati altri possibili fornitori, ma anche che il prodotto fornito dal Politecnico è, nella sostanza, nulla più che un software di gestione del personale, privo di qualunque scopo di sperimentazione, e che quindi doveva per forza essere affidato tramite gara.

Ora Comune e Dgsia hanno trenta giorni per rispondere all'Anac. Ma i vertici della magistratura milanese non hanno proprio niente da dire?