Gli arrestati si difendono negli interrogatori «Frode, ma niente criminalità organizzata»

Davanti alle domande degli inquirenti, gli undici provano a negare le accuse

Al massimo abbiamo frodato il fisco ma con la mafia non abbiamo niente a che fare. È questa la linea difensiva che sembra prevalere nel gruppo delle undici persone arrestate dalla Guardia di finanza su ordine del giudice Maria Cristina Mannoci nell'ambito dell'inchiesta sulle penetrazioni di Cosa Nostra negli appalti di Fiera Milano e dell'Expo.

Il giudice Mannoci sta interrogando in questi giorni tutti gli arrestati. E, di fronte ad alcune prove difficilmente aggirabili citate nell'ordine di cattura, gli arrestati puntano a limitare i danni. A partire da uno dei personaggi chiave, Liborio Pace, considerato dalla Procura il braccio destro del capobanda Giuseppe Stasi: «Dirò tutta la verità, perché non ho niente da nascondere, ammetto di aver provato a intascare circa 700mila euro attraverso false fatture e mi è andata male, ma Cosa Nostra non c'entra nulla», ha spiegato in carcere Pace al giudice. L'uomo, che è accusato di associazione a delinquere e di riciclaggio con l'accusa di avere favorito la mafia, ha negato di avere mai consegnato soldi ad esponenti di Cosa Nostra. Gli unici contanti che ho portato in Sicilia, ha sostenuto, sono ventimila euro per un matrimonio.

Anche il «capo» di Pace, Giuseppe Nastasi, in passato processato e assolto per associazione mafiosa, e per la Procura vero titolare del consorzio Dominus, ha negato contatti con Cosa Nostra: «Sono un imprenditore con i miei pregi e i miei difetti ma non sono un mafioso», ha detto Nastasi. «Sulle contestazioni relative a irregolarità fiscali mi riservo di chiarire», ha spiegato. Ma è evidente che in questo momento le accuse per le fatture false sono per Pace e Nastasi il minore de problemi. E sulla stessa linea si muove l'avvocato di Caltanissetta Danilo Tipo, accusato di vere trasportato in Sicilia un malloppo in contanti di 295mila euro: non erano soldi per la mafia ma semplicemente parcelle in nero dei miei clienti, ha detto.

L'obiettivo degli inquirenti è individuare nel gruppo degli arrestati un anello debole, almeno una voce che possa uscire da questo coro di versioni minimaliste. Cospicue aspettative si concentrano sull'interrogatorio, che avverrà nei prossimi giorni, dell'unica donna del gruppo, Simona Mangoni, a lungo persona di fiducia e prestanome di Giuseppe Nastasi, che secondo lo stesso giudice ha ricoperto un ruolo marginale nella vicenda ed è stata allontanata perché ritenuta inaffidabile. Lei e un altro indagato, Giuseppe Lombino, «per quanto pienamente consapevoli della illiceità delle attività che svolgevano, dagli atti risultano già in qualche modo distaccati (o meglio allontanati) dal sodalizio criminoso». Da lei, se deciderà di parlare, gli inquirenti si aspettano di capire, più dei rapporti di Nastasi con la mafia, la vera ragione della facilità con cui la Dominus faceva affari in Fiera. Se sono volate mazzette, lei probabilmente lo sa.

LF