Assassinato come in un film Manette al secondo killer

Il meno colpevole, quello che non aveva ucciso, aveva capito che era meglio tirarsi fuori. Così, pur tenendo la bocca chiusa su complici e armi (che infatti non sono mai state ritrovate), il 50enne Antonio Rodella si era costituito spontaneamente ai carabinieri il 24 novembre scorso. Cinque giorni dopo l'omicidio di Franco Cangini, 48enne titolare di una ditta di trasporto e recupero di materiali ferrosi a Seguro, frazione industriale di Settimo Milanese. Nessun regolamento di conti, nessuna vendetta, e tanto meno, nonostante i precedenti di Cangini, nulla a che fare con la tanta paventata «faida di Settimo». Gli uomini del nucleo investigativo del gruppo di Monza e della compagnia di Rho avevano capito subito che quella mattina del 19 novembre, nell'azienda di via Sabin, si era trattato di una semplice rapina finita male e con un epilogo tragico, sfuggito di mano. Un «colpo» che però era costato la vita al povero Franco che dopo aver denunciato recentemente furti e un tentativo di rapina (che lui stesso aveva sventato) non era più disposto a lasciarsi sopraffare da chicchessia. Lo dimostrano il filmato e i fotogrammi diffusi ieri dai carabinieri che venerdì notte a Milano - in via Neera, allo Stadera - hanno arrestato il suo vero assassino, il pregiudicato Alberto Meloni, 49 anni. Le scene immortalate dall telecamere all'interno e fuori dall'azienda, mostrano Franco Cangini lottare come un leone dal primo momento contro quello che, giustamente, considerava un ennesimo sopruso. Alla fine però due proiettili mortali al petto e all'inguine lo hanno raggiunto ferendolo a morte (è deceduto mezz'ora dopo al San Carlo), mentre un altro ha colpito alla spalla il figlio Igor, 26 anni, ricoverato al Sacco ma che non è mai stato in pericolo di vita.
Meloni, che ha precedenti per rapina, è stato scoperto non solo grazie alle immagini del circuito di videosorveglianza dell'azienda ma anche attraverso una serie di incroci con i tabulati telefonici e con dei pedinamenti dei carabinieri che, dopo aver capito che avrebbe potuto essere lui, hanno raccolto un mozzicone di sigaretta gettato a terra dall'omicida e l'hanno confrontato con il materiale biologico trovato sulla scena del delitto, cioè il dna sulla la maschera con cui il bandito si era coperto il volto durante il colpo e che gli era stata strappata nella colluttazione con Cangini.
I militari erano partiti da un numero parziale di targa sull'auto usata durante la rapina, che però montava la targa di un furgone rubato in una ditta. E sul telefonino del primo uomo arrestato figurava proprio il numero di un pregiudicato che lavorava presso quella ditta. Così hanno cominciato a seguirlo.
Le indagini, condotte dai carabinieri insieme al pm Letizia Mannella, al procuratore generale Alberto Nobili e al gip Paolo Guidi, ora puntano a scoprire il terzo complice di Rodella e Meloni, cioè il basista. Ovvero la persona che ha svelato ai due malviventi che Cangini custodiva 30mila euro all'interno di un mobiletto in bagno per pagare il materiale ferroso e spingendoli così a voler fare il colpo.