«Avevo la servitù, ora sarò sfrattata»

Vincenza Lorusso abitava in 200 metri quadri in centro. La sua azienda è fallita e adesso rischia di finire per strada

Martedì mattina l'ambitissimo biglietto numero uno, nella lunga coda davanti al Sindacato inquilini di via Tadino, spetta alla signora Enza. Per conquistarsi il diritto a entrare per prima, verso le 9.30, è arrivata alle cinque del mattino. Un bel cambio di vita per una donna che fino a quattro anni fa abitava in una casa di 200 metri quadrati in zona Porta Romana «e avevo anche la cameriera», ricorda con un po di amarezza in gola.

La signora Vincenza Lorusso, 47 anni, in mezzo ai tanti, in maggioranza stranieri, che affollano l'ufficio del Sicet per chiedere aiuto su sfratti, contributi per pagare l'affitto e graduatorie per la casa popolare, è un pesce fuor d'acqua. Distinta, indossa un piumino di buona fattura, le labbra ravvivate da un rosso discreto, sul volto qualche segno di una vita che non è andata sempre come voleva lei. È qui perché ha due figlie, di 13 e 11 anni, e il prossimo 8 gennaio sarà sfrattata dalla casa dove vive con loro in affitto. Da quasi un anno non riesce a pagare l'affitto, dopo che nel 2010 la sua azienda, che si occupava di smaltimento rifiuti e pulizia dei graffiti in città, è fallita. Ha venduto la sua bella casa per pagare i debiti, ha usato il resto per il canone nei primi tempi, raschiando il fondo del barile finché quelle riserve sono finite. Oggi fa «lavori saltuari, soprattutto come baby-sitter», dice. Ha provato a lasciare curriculum in molti negozi, «ma vogliono solo giovani di bella presenza». A quasi cinquant'anni ricominciare daccapo è più dura. Tornando indietro, confessa Enza, «forse licenzierei prima i 60 dipendenti che avevo: se lo avessi fatto probabilmente mi sarei salvata, ho pagato il fatto di non volerli mandare a casa». L'azienda, una s.r.l., l'ha fondata nel 2005 insieme al padre delle sue figlie, l'uomo che per 15 anni è stato il suo compagno. Lui lavorava già nel settore, lei ci ha messo i soldi per aprire. Un'associazione temporanea d'imprese con altre società, e per circa tre anni hanno lavorato, anche per il Comune di Milano, ripulendo tag e scritte sui muri della città. Ma nel 2008 non si sono aggiudicati il nuovo bando, e sono rimasti senza committenti. È cominciato allora, l'inferno, lastricato delle difficoltà di essere imprenditore in Italia, di un'unione che finisce - «con il mio compagno ho un rapporto civile, ma abbiamo capito che era inutile continuare a litigare davanti alle bambine, perciò ci siamo lasciati», spiega -, del rimettersi in piedi a quasi cinquant'anni. «Ho venduto tutto, i gioielli che avevo, ma è difficile, soprattutto per mia figlia, la più grande, che era abituata a un tenore di vita diverso», racconta, rammaricata. Il padre partecipa alle spese come può, ha un contratto di lavoro fino a fine mese, «dicono che glielo rinnoveranno ma finché non firma non ci crediamo: si sa come va di questi tempi».