Le aziende? Chiedono aiuto alle cosche

L'accusa del pm Paolo Storari della Distrettuale antimafia è durissima e ricalca quella della sua dirigente Ilda Boccassini di un paio di anni fa. «In Lombardia non sempre le cosche calabresi cercano gli imprenditori, spesso sono gli operatori economici a proporsi e a chiedono favori». Così c'è chiede prestiti, chi la riscossione di debiti altrimenti inesigibili e chi organizza l'importazione di merci «made in Calabria». Ma anche si garantisce l'«ordine pubblico» all'interno delle proprie discoteche e fa minacciare testimoni in processi a suo carico. Tutti episodi emersi nell'ultima operazione congiunta Carabinieri e Guardia di Finanza che ha portato in carcere otto persone del clan Barbaro Papalia, due sono ancora ricercati.
La cosca nata a fine '800 a Platì, nel reggino, arrivò nel milanese una cinquantina di anni fa, insediandosi tra Buccinasco, Corsico e Trezzano sul Naviglio. Fece denaro con sequestri e traffico di droga poi investito in attività pulite come il movimento terra o il commercio di caffè. Sono talmente in tanti, e con i nomi che si ripetono di padre in figlio, che per identificarli gli investigatori usano l'anno di nascita. Come Antonio Papalia, classe 1975, da non confondere con il nonno. Arrestato ieri insieme a Saverio Catanzariti, Michele Grillo, Giuseppe Massari, Giuseppe Mesiti, Flavio Scarcella, Natale Trimboli. Le indagini hanno consentito di svelare i retroscena dell'omicidio del brigadiere dei carabinieri Antonio Marino, ucciso a Bovalino il 9 settembre 1990 perché stava indagando sulla famiglia. Ma anche di Giuseppe De Rosa, ammazzato nel 1976 per una storia di donne.
L'inchiesta ha poi confermato l'attività di «recupero crediti» dei calabresi che si presentavano ai debitori degli imprenditori amici per sollecitare un sollecito il saldo. Mentre la vera novità sono i rapporti con un paio di imprenditori milanesi, Silvano Scalmana e Flavio Scarcella, rispettivamente titolari delle discoteche «Magazzini Generali», il « Codice a barre», il «De Sade» e il «Borgo dei sensi» e di una società di vigilanza che organizzava la sicurezza in una dozzina di altri locali. Ai due i Barbaro-Papalia, garantiva l'ordine, in quanto bastava il loro nome per far tremare qualsiasi balordo. Tanto che quando i siciliani Flacchi tentarono di entrare nell'affare, quando capì di doversi scontrare con la cosca, preferì tirarsi subito indietro. Era noto infatti che chi sgarrava avrebbe fatto la fine di De Rosa «Rocco Papalia gli ha appoggiato la pistola all'orecchio e poi ha scaricato l'intero caricatore» raccontò Catanzariti a un amico, ignorando di essere intercettato dai carabinieri.
Ma non solo. «La cosca era arrivata fino alle porte di Palazzo di Giustizia» ha spiegato sempre Storari ricordando il processo per bancarotta fraudolenta a Scalmana. In fase istruttoria 4 suoi dipendenti avevano spiegato ai giudici come l'uomo avesse fatto sparire soldi della società. Ma in dibattimento furono tutti presi da strane amnesie. «Non so nulla di questa vicenda. Non ricordo quali dichiarazioni ho rilasciato durante l'inchiesta e nessuno mi ha avvicinato prima dell'udienza». I quattro, invece erano stati avvicinati eccome e convinti a stare zitti. L'ultima operazione ha dunque decimato gli uomini della cosca in libertà, ma sbarazzarsi dei Barbaro-Papalia sembra quasi impossibile. Per quanti ne arrestino le forze dell'ordine, ne rimangono sempre troppi fuori.