Bimbo nella «ruota» alla Mangiagalli

Il neonato ha due mesi, è mediorientale e sta bene. I medici: «Capiamo il dramma della madre»

Maria SorbiAlle 16,30 è suonato il telefono del medico di guardia della Mangiagalli. Era l'allarme proveniente dalla culla per la vita, che non scattava da tre anni. In meno di un minuto quasi mezzo reparto di Neonatologia si è precipitato a guardare, incredulo. E ha trovato un fagottino imbacuccato. Il primo ad accorrere è stato il primario di Neonatologia e terapia Intensiva Fabio Mosca, che ha lo studio proprio lì di fianco. È stato lui il primo a prendere il bambino abbandonato tra le braccia e a prendersi subito a cuore il caso. «Per ora questo piccolo si chiamerà Giovanni - ha detto ai colleghi - come mio figlio». In effetti il neonato è un po' come se fosse suo figlio e sarà così per i prossimi giorni. Tanto che il medico non lo ha voluto lasciare nemmeno un quarto d'ora senza nome e ha scelto quello a lui più caro. Un po' per dargli subito affetto, un po' per tamponare la brutalità della virata che il destino gli ha riservato.Coccolatissimo da dottori e infermiere, il bebé, di due mesi, dalle prime analisi sembra stare bene. Pesa 5,7 chili e non presenta né patologie né segni di disagio. «È bello come un fiore - racconta Mosca - ha la carnagione olivastra e il taglio degli occhi asiatico». Con tutta probabilità è mediorientale ma non si sa chi l'abbia abbandonato: le telecamere della culla per la vita infatti riprendono l'interno dell'area e non l'esterno per garantire la maggior privacy possibile a chi si affida al servizio dell'ospedale. «Sicuramente - spiega commosso Mosca - abbandonare un bambino dopo oltre due mesi che lo si è tenuto con sé è un atto rilevante, non di poco conto. Per noi è stata una grande emozione ma di certo questo abbandono nasconde una storia di grande tristezza». Può essere che la mamma abbia deciso di abbandonarlo per problemi economici o che abbia provato a tenerlo con sé per capire, dopo un paio di mesi, di non essere in grado di crescerlo. Il piccolo, ben curato, vestito con una tutina azzurra e avvolto in un piumino integrale con la zip per bebé di colore blu, aveva con sé un biberon, una confezione di latte in polvere e un paio di pannolini. Al suo fianco anche un foglietto scritto a mano che riportava la data di nascita (a novembre) e le date delle vaccinazioni effettuate: la prima dose di esavalente e anti epatite B è stata il 20 novembre, la seconda il 24, la terza il 27. Dettagli che fanno presumere una certa attenzione verso il piccolo che in nulla è apparso trascurato: né nella nutrizione, né nell'igiene, né nell'abbigliamento. L'ultimo gesto di attenzione da parte della mamma è stata la modalità scelta per l'abbandono: la culla della vita, in un contesto di assoluta sicurezza, senza rischiare di mettere a repentaglio la sua salute. Ora il piccolo è nel reparto di terapia intensiva ma non ha bisogno di nessuna terapia particolare. Sarà poi il Tribunale dei minori a prenderlo in carico. Il Tribunale dovrà decidere il da farsi anche nel caso in cui la madre torni sui suoi passi e decida di presentarsi in ospedale per poterlo riavere. Con tutta probabilità il piccolo verrà affidato temporaneamente a una famiglia e, con più calma, si procederà ad avviare le pratiche di adozione. Si presume che le richieste per poterlo adottare siano parecchie e già ieri sera qualche coppia si è fatta avanti azzardando una timida telefonata al Policlinico per dare la propria disponibilità.Ci si aspetta una corsa all'adozione e una gara di solidarietà così come accadde nel 2012, quando nella culla degli abbandoni fu lasciato un bimbo nato da una settimana appena, ribattezzato Mario. Quello fu il primo caso di abbandono nella culla del Policlinico, aperta dal 2008. E in quel caso l'ospedale fu letteralmente sommerso da telefonate di coppie che si offrivano di fare d genitori al bambino.