"Il bimbo non ha preso il morbillo in ospedale"

L'assessore regionale Gallera smentisce l'ipotesi che il contagio sia avvenuto al San Gerardo

Continuano le polemiche sulla tristissima vicenda del bambino leucemico di 7 anni morto giovedì a causa di complicanze polmonari e cerebrali da morbillo proprio nel reparto rianimazione dell'ospedale San Gerardo di Monza.

Mentre ieri Il Corriere della Sera ha svelato che tra la fine la di febbraio e l'inizio di marzo 2017, nel giro di due-tre settimane, nell'Ats (ex Asl) della Brianza ci sarebbero stati bene quindici casi di morbillo e che almeno sei dei contagi registrati si sono verificati proprio all'ospedale San Gerardo, l'assessore al Welfare di Regione Lombardia, Giulio Gallera, è tornato sulla vicenda.

Innanzitutto proprio per smentire le informazioni secondo le quali il bambino morto avrebbe contratto il virus del morbillo all'interno della struttura ospedaliera. L'assessore ha dichiarato infatti che il piccolo è stato sempre sottoposto a procedure e protocolli previsti per pazienti con immunodeficienza o trapiantati.

«Non sappiamo - ha detto l'assessore regionale al Welfare - dove possa aver contratto il morbillo, in quanto il periodo di incubazione della malattia è di circa 10 giorni, quindi precedente al suo ricovero nell'ospedale San Gerardo, ma possiamo affermare con certezza che a ogni suo ingresso nel reparto di emato-oncologia pediatrica o degli ambulatori day hospital del Centro pediatrico Maria Letizia Verga, all'interno del San Gerardo, dove era in cura per la leucemia, sono state attivate tutte le misure per proteggerlo da contaminazioni di ogni natura, non solo dal morbillo».

«Come confermato da Andrea Biondi, direttore del Verga, ospitato all'interno dell'ospedale San Gerardo - ha precisato Giulio Gallera - i reparti di degenza dove i bambini vengono sottoposti a terapie oncologiche sono strutturati in modo da evitare qualsiasi tipo di contagio con agenti esterni che possano aggravare o mettere a rischio le già compromesse condizioni immunitarie. Reparti dotati di stanze singole, condizionate da un sistema di areazione e filtraggio dell'aria che ne garantisce il controllo ambientale, e separate da un'anticamera dove visitatori e personale sanitario che entrano in contatto con il paziente sono obbligati al lavaggio delle mani e a indossare camice e mascherina».

«Al di là delle polemiche sterili e senz'altro dolorose per i genitori di un bambino che non c'è più - ha concluso Gallera - ribadisco che, come sostengono le autorità mediche e scientifiche, l'unico modo per prevenire tragedie e tutelare chi per patologia a rischio non può sottoporsi a vaccinazione, sia raggiungere la percentuale del 95% di copertura vaccinale che garantisce la cosiddetta immunità di gregge e il debellamento della malattia».