«Bocciate Emma, lasciatele cambiare istituto»

Il direttore del Miur: «Un’ispezione potrebbe chiarire se è stato il consiglio di classe a sbagliare»

Enrico Lagattolla

Stavolta, in piazza. Davanti a Palazzo Marino, Emiliano e Francesca, i genitori della ragazza del liceo linguistico Manzoni promossa contro la sua volontà, insistono: «Lasciate libera nostra figlia, bocciatela».
Chiedono un incontro col sindaco Gabriele Albertini e il vicesindaco Riccardo De Corato. Arriva la doccia fredda. «Non vedo attraverso quali interventi il sindaco o il vicesindaco potrebbero intervenire - dichiara De Corato -. Anzi, sarebbe un’ingerenza».
I genitori, comunque, lasciano una lettera in cui chiedono «un atteggiamento di apertura e una risposta positiva» da parte delle Istituzioni. In più, una corposa documentazione che denuncia «una falla nel sistema educativo». Così la chiamano. «Nostra figlia non può affrontare una promozione che, considerati i tre debiti formativi, comporterebbe carichi eccessivi. E nemmeno trasferirsi in un altro istituto». Problemi di compatibilità tra i programmi scolastici impedirebbero a Emma (il nome è di fantasia) di cambiare istituto. Col rischio di perdere un anno scolastico.
«La nostra convinzione - spiegano i genitori - è che ci sia un contrasto tra l’atteggiamento della scuola e quanto disposto dal ministero dell’Istruzione: tre debiti formativi dovrebbero essere assegnati a ragazzi in grado di colmarli. Cosa che nostra figlia, stando alle carenze indicate dai suoi stessi insegnanti, non sarebbe in grado di fare».
Vicenda comune, quella di Emma. Quindici anni, il liceo, le valutazioni negative che scoraggiano. Alla fine, la decisione di ritirarsi. È il 22 maggio, la ragazza smette di andare a scuola. Vuole essere bocciata «perché so di non avere le basi per poter affrontare la seconda superiore», e di cambiare scuola perché gli insegnanti «non hanno avuto fiducia nelle mie capacità».
I genitori chiedono un incontro col preside e gli insegnanti. In una prima lettera inviata ai docenti, datata 22 maggio, si comunica la decisione «di ritirare nostra figlia dal corso di studi», invitando a «evitare altre prove di valutazione». In una seconda lettera (5 giugno), informati che non era più possibile ritirare la figlia (la scadenza era il 15 marzo), chiedono al preside Walter Cavalieri «un colloquio per presentare le ragioni di una scelta compiuta per il bene di nostra figlia». Nessun colloquio.
La fine dell’anno. «Lo studente presenta lacune in parte del programma, ha tempi lunghi di apprendimento, manca di autonomia nel lavoro, ha difficoltà di rielaborazione». Dal verbale del Consiglio di classe. Emma è promossa con tre debiti formativi.
Ancora, Emiliano e Francesca inviano una lettera all’assessore all’Educazione Bruno Simini, in cui lamentano «l’atteggiamento arrogante del corpo docente e del preside Cavalieri». Nessuna risposta.
Ai genitori resta, quindi, il Tar. Dalla loro parte hanno anche il parere di Silvio Criscuoli, direttore generale per gli ordinamenti scolastici del Miur, che in una lettera del 17 luglio suggerisce un’eventuale «visita ispettiva da parte dell’Amministrazione competente» per «verificare la fondatezza di quanto deliberato dal Consiglio di classe», e la possibile incoerenza con quanto previsto dalle ordinanze ministeriali. Invitando Cavalieri, «nel caso di palese contrasto», a rivedere le proprie decisioni «con un atto di autotutela che potrebbe evitare un eventuale ricorso al Tar». Ma Cavalieri ha già deciso. Nessun ripensamento.