Bombarolo anti-islamico, l’identikit in un filmato

Esami chimici, ricerca di eventuali testimoni, perizia sulla rivendicazione arrivata al quotidiano Libero, ricerca di telecamere che possano aver immortalato il bombarolo. Si stanno muovendo in queste direzioni le indagini della Digos per cercare di capire chi possa aver lasciato l’altra sera un rudimentale ordigno in via Solferino. Quindi nessuno tra gli inquirenti, in attesa di riscontri ufficiali, azzarda ipotesi sulla natura del gesto, la matrice e il vero bersaglio. I fatti del resto sono piuttosto scarni. Domenica sera poco dopo le 21 una volante passa lungo via Solferino e gli agenti notano un sacchetto di plastica all’altezza del civico 33. Si fermano, aprono, controllano e scoprono un tubo di metallo lungo 28 centimetri e largo 8. I due lati sono tappati dal cemento, da uno di questi spunta un tubicino in metallo in cui è inserita una miccia bruciata.
Qualche minuto dopo arriva una telefonata anonima a Libero. «Avvertite la questura che c’è un ordigno inesploso presso un centro islamico - avverte la voce calma e pacata di un italiano che poi precisa -. Questo è l’inizio della guerra contro i musulmani». E null’altro: nessun proclama, nessuna sigla. Scatta l’allarme, la zona viene isolata e gli artificieri si mettono al lavoro. Decidono di far brillare l’ordigno sul posto: una piccola esplosione verso l’1 conferma che è tutto finito. Ora tutto passa nella mani della Digos, che attende le analisi chimiche per capire il tipo di esplosivo contenuto nella tubo metallico. Già questo potrebbe fornire alcune indicazioni sulla capacità «militare» dell’attentatore. Il materiale esternamente si presentava come un gelatina molto densa, ma questo significa poco o nulla. La polizia è poi alla ricerca di testimoni e di telecamere che possano aver registrato qualche movimento sospetto. Infine ulteriori elementi potranno arrivare dall’esame della voce registrata. Quanto alla dinamica, gli investigatori ipotizzano che lo sconosciuto abbia innescato la miccia ma che l’ordigno non sia esploso perché troppo rudimentale oppure perché il materiale (esplosivo o miccia) è stato danneggiati dalla pioggia battente.
Rimangono però molti punti da chiarire. Lati oscuri di una vicenda che potrebbe avere sviluppi già nelle prossime ore. Innanzitutto gli investigatori stanno cercando di capire quale sia il vero obbiettivo dell’attentato. Nella telefonata si fa esplicito riferimento a un centro islamico. E in effetti Alì Schutz, leader di una comunità islamica milanese, aveva aperto al 33 il «Fondaco dei Mori», composto da un bar, una biblioteca ma soprattutto un rinomato ristorante con cucina araba. Molto rigoroso: dal menù infatti erano assenti vini e alcolici in generale. Questo però fino a tre anni fa, poi il «Fondaco» ha chiuso e il suo posto è stato preso da «Sud» un ristorante sempre di cucina etnica, gestito da un italiano e un africano, senza particolari connotazioni «politiche o religiose». Poi l’ordigno: una bomba che sarebbe dovuta esplodere non si sa con quali effetti e che la polizia sta cercando di «ricostruire» per risalire a chi l’ha fabbricata. Non viene esclusa neppure la pista che porta ad un gesto isolato di un folle o di un mitomane che ha cercato così di fare clamore. Infine l’estorsione: il gestore esclude tassativamente minacce o richieste di soldi, ma la polizia indaga.