Brera soffocata dall’arte: troppi quadri in poco spazio

Eccesso di offerta e i capolavori passano inosservati: una brochure striminzita per 38 sale espositive

A fare gli onori di casa a Brera sono Luini e Bramante: peccato che senza audioguida - 3,50 euro extra biglietto - non ci sia possibilità di saperlo: non ci sono didascalie. Benvenuti a Brera, soprattutto se siete studenti, ma solo se studiate arte e appartenete alla Comunità europea o ad un altro pugno di Paesi «convenzionati». Altrimenti, sorry, prezzo pieno. Brochure striminzita con uno sketch del labirinto, pardon, del museo, e in bocca al lupo: questo è l’unico viatico per le 38 sale. Girato il primo angolo è già Mantegna, con il Cristo morto, uno dei must: di solito lo si supera senza accorgersi, tanto è basso il profilo con cui è sistemato, accanto a due, pur eccellenti, opere del cognato Bellini. Sarà snobismo italico o la cronica mancanza di spazi? L’eccessiva densità di opere procura i suoi danni: già alla vista delle enormi tele del Tintoretto i sintomi della sindrome di Stendhal sono conclamati: senza nemmeno troppi sensi di colpa si tira un sospiro di sollievo di fronte al «solito» gruppo di sale chiuse. I problemi di Brera sono gli stessi da sempre: poco spazio, tanta offerta, ci salverà la Grande Brera che verrà. Ma nel frattempo è paradossale che il museo totalizzi solo lo stesso numero di visitatori del Cenacolo e che ci siano didascalie spesso minuscole e cartoncini bilingue, ma solo in consultazione. Chi imbocchi i due corridoi laterali rischia di inciampare letteralmente nel generoso profilo bronzeo della «Pomona» di Marini e di non capire che cosa facciano schierati in batteria tutti quei «moderni», Carrà, De Pisis e Morandi. Qualche informazione in più per indicare le due collezioni, non guasterebbe e non pare impresa ciclopica da realizzare. Ripresa la via «maestra» ecco, allora, Raffaello con lo Sposalizio della Vergine, ingabbiato per restauro in un’enorme teca che fa molto Grande fratello, anche se assistere al restauro dal vivo è cosa piacevole. Secoli d’arte scorrono veloci, ormai vorticosi: in alcune stanze i quadri sono disposti su cerniere semoventi come i libri negli archivi o le carni da macello. Ed ecco la fine del «tunnel»: il Bacio di Hayez, i Pascoli di Segantini e meno male che la versione braidense del Quarto stato è in «vacanza» a Londra.