Il buco nero via Gola Un mix criminale di estremisti e abusivi

Si occupa grazie a un «racket proletario» fra proclami politici e vedette straniere

Nino Materi

I possibili giochi di parole su via Gola si sprecano: gola profonda; con l'acqua alla gola; stretto alla gola. Nulla a che fare, insomma, con il vero Gola (Emilio) da cui questa arteria nel cuore dei Navigli prende il nome. Il sofisticato ritrattista meneghino di fine Ottocento mai avrebbe pensato che la «sua» strada sarebbe diventata celebre per aver il maggiore tasso italiano di abitazioni occupate abusivamente. In questa zona infatti su circa 400 appartamenti circa la metà è abitata da inquilini fuorilegge. Gran parte di loro hanno «spaccato», rivolgendosi a una «agenzia immobiliare» decisamente sui generis: a controllarla è infatti una sorta di racket proletario dei senzatetto dove la «graduatoria» è stilata in base a un tariffario che oscilla intorno a 3mila euro a «contratto». Ovviamente nulla di legale ma, al contrario, un patto infame tra ras ideologizzati e disperati di varia natura. A fare da vedette sulla «regolarità» del mercato è un gruppetto di stranieri che, esattamente a metà di via Gola (angolo via Pichi) sorveglia il via-vai nei palazzi occupati. L'ingresso è consentito solo agli occupanti abusivi «autorizzati», mentre tutti gli altri sono invitati con modi spicci ad allontanarsi o a dichiarare ai «portinai» del racket le proprie generalità, il motivo della visita e l'inquilino cercato. Situazione paradossale, completamente fuori controllo eppure funzionale all'«ecosistema» sociale che in via Gola garantisce una pace apparente e inversamente proporzionale ai blitz delle forze dell'ordine. Un nervo scoperto, quello di via Gola (e vie adiacenti), che si trascina da anni con Comune e Aler (Azienda lombarda dell'edilizia residenziale) abituati a tapparsi occhi e orecchie. Realtà che i residenti perbene e i commercianti onesti della zona conoscono a memoria, ed è per questo che le loro innumerevoli rimostranze meriterebbero di essere ascoltate e, possibilmente, risolte. Invece le vedette del racket restano sempre lì, al loro posto. Sempre più potenti e intoccabili.

«Negli anni scrive l'antropologo Andrea Staid tra questi caseggiati si è creato un mosaico frastagliato e confuso di anziani soli, famiglie a basso reddito, occupanti, assegnatari, (sub)affittuari, e parenti di persone decedute». Un mix diventato esplosivo perché incancrenitosi nel corso del tempo. Tollerato dalle «autorità costituite» in nome di un malinteso senso della pax politico-ideologica. Di sinistra. O peggio: di stampo anarco-insurrezionalista.

«Qui regna l'impunità più assoluta - racconta il titolare dell'unico supermercato della zona -. Ogni tanto polizia e carabinieri si fanno vedere. Si tratta di pattuglioni di facciata, ma spacciatori e balordi vari ormai non si pigliano più neppure la briga di spostarsi dalle loro postazioni di lavoro. Sanno bene che dopo qualche minuto le divise spariscono e tutto torna come prima...».

Una rassegnazione palpabile in via Gola, che la suggestione estetica dei graffiti giganteschi sui palazzi occupati non placa, anzi amplifica ulteriormente. Su porte e finestre scritte che inneggiano a «Dax», l'eroe «antagonista» del quartiere. E poi inni alle «occupazioni libere» e slogan contro i poliziotti: «padroni di niente, servi di nessuno», «no sfratti», «basta sgomberi», «la casa è di chi l'abita», «libertà per i ribelli di Genova», «saccheggiatore è lo stato! devastatore è il capitalismo!», «quando vivere è un lusso, occupare è necessario», «basta sfratti», «fuck cops». Fino all'ultimo riferimento all'attualità: «no-tap del Salento», «salviamo gli ulivi», «no gasdotto». Ad accomunate Milano alla Puglia, un'enorme scritta con lo spray: «Ribelliamoci!».

«Ma a ribellarci dovremmo essere noi cittadini - replica un altro commerciante della via -. Qui si spaccia droga anche in pieno giorno, ma è col buio, con la movida a pochi metri in zona Navigli, che la situazione diventa davvero invivibile. Di sgomeberi non si parla più e anche le situazioni più illegali sono tollerate in un clima di aumentata arroganza e impunità». Bronx, dark side, suk, banlieue, favela, fortino, zona franca, slum: le definizioni si sprecano per un'enclave dove l'anarchia criminale la fa da padrone. E dove, se chi si permette di ribellarsi, viene etichettato come «fascista». Un insulto buono per tutte le stagioni.

Nei palazzi delle occupazioni selvagge non arriva neanche più il postino. Del resto non saprebbe dove mettere la corrispondenza: le cassette nei cortili interni dei palazzi sono tutte sfondate come dopo un'esplosione. Nomi sui citofoni? Nessuno. Eccetto quello del «signor Okkupazione».