«La bugia è una cosa seria Parola di Pinocchio»

Il regista Latella racconta la sua versione dell'opera di Collodi: «C'è qualcosa di dantesco»

Antonio Bozzo

Se due uomini di teatro pensano allo stesso testo e si incontrano, quel testo diventa materia da scena, pezzo di legno da cui ricavare uno spettacolo. I due uomini sono Sergio Escobar, direttore del Piccolo, e Antonio Latella, acclamato regista, fresco Premio Ubu. Il testo è un libro fondante della storia e dell'immaginario dell'Italia unitaria: «Pinocchio», di Carlo Collodi, anch'egli uomo di teatro, oltre che scrittore. Va in scena, prima regia di Latella in una produzione del Piccolo, allo Strehler, da domani fino al 12 febbraio.

«Io e Antonio - dice Escobar - ci pensavamo da cinque o sei anni. Lo spettacolo osa dire ciò che la favola non dice. Ci troverete la memoria, la crudeltà, la tenerezza il balbettio di Pinocchio. La bugia è una cosa seria, come il gioco, diversa dalla menzogna». La conferenza stampa è stata una scorribanda attraverso i tanti Pinocchio che abitano la nostra memoria. «Il mio - dice Latella - è stato quello di Comencini in TV, con Gina Lollobrigida Fata Turchina. Raccoglievo le figurine, ricordo la gioia quando ebbi la Casa della Fata. Pinocchio è una storia della meraviglia - proprio così, con la a - e voglio meravigliare. Ci sarà un finale a sorpresa, che ovviamente non svelo». Latella ricorda che Collodi, nella prima versione, prevedeva che il burattino Pinocchio venisse impiccato. «Furono i ragazzi che lo convinsero a farlo diventare un bambino. Troppo scioccante il pensiero della morte. Eppure Pinocchio ha lati bui. La morte c'è eccome: la Fata Turchina è una bambina morta di cent'anni. Nel libro c'è qualcosa di dantesco: Pinocchio, resuscitato, si muove tra altri personaggi, come fosse in un Purgatorio. Questo al Piccolo è uno spettacolo popolare con la pi maiuscola. Per tutti: non bisogna aver paura di portarci i bambini, vanno messi davanti alla morte per crescere».

Latella ricorda anche i riferimenti cristologici, di un libro che fin dalla prima stampa - nel 1881 - non ha smesso di affascinare e di essere lettura obbligatoria, ancorché mutilata dai tagli, per generazioni intere. «Pinocchio - scrisse Antonio Faeti - è il più sincero testimone - lui, il bugiardo dei bugiardi - di un'Italia che è esistita e che un po' esiste ancora, l'Italia più strana, misteriosa, amabile». Latella, a chi gli ricorda il Pinocchio planetario di Walt Disney, risponde sdegnato che «Disney è il Dio della consumazione» (gli perdoniamo un simile giudizio avventato?). Il regista, modesto, dice pure: «Non so che Pinocchio racconteremo».

Pinocchio sarà un grande spettacolo, uno dei più importanti della stagione. Pieno di «bugie vere», secondo l'ossimoro di Escobar, dove l'unica menzogna è il desiderio di Geppetto: avere un figlio burattino.