«Un cacciavite e un martello Così ho colpito il gioielliere»

«È stata una tragica fatalità. Quella mattina non ero andato dal gioielliere Veronesi per ucciderlo, ma solo per rapinarlo perché ero in condizioni economiche disperate. Mi ero illuso che, se si fosse opposto, l'avrei potuto mettere fuori gioco con un paio di pugni. Ma ho sottovalutato la sua reazione, molto decisa. E ne è nata una vera e propria lotta durante la quale l'ho ucciso».
È apparso molto addolorato, completamente sconvolto ieri mattina Ivan Gallo, il 38enne disoccupato di Cesano Boscone che ha ucciso l'orefice Giovanni «Gianni» Veronesi di 73 anni nel suo negozio-studio di via dell'Orso, a Brera, la mattina del 21 marzo scorso. L'ex impiantista - catturato cinque giorni dopo il delitto dai carabinieri del nucleo investigativo in Spagna, a Marbella, dove era fuggito per raggiungere la compagnia e la figlioletta di 4 anni - a partire dalle 10 di ieri mattina è stato sentito per oltre un'ora e mezza nell'interrogatorio di garanzia dal gip Natalia Imarisio nel carcere di Opera, dov'è rinchiuso dal 10 aprile quando è stato estradato. Insieme al giudice ieri c'erano anche Alba Millemaci, avvocato dell'imputato, il procuratore aggiunto Alberto Nobili e il pubblico ministero Giancarla Serafini.
Gallo, tra le lacrime, ha spiegato al giudice di aver carpito la fiducia del gioielliere entrando qualche giorno prima nel suo negozio e fingendosi interessato a un anello. Secondo l'arrestato Veronesi non l'aveva riconosciuto come l'impiantista che, un paio di mesi prima, aveva rimesso a nuovo le telecamere di videosorveglianza interna per conto della ditta che le aveva installate anni fa, ma come un possibile acquirente di una delle sue gioie e per questa ragione lo avrebbe fatto entrare la mattina del delitto nel suo negozio. «Non ero armato quando ho varcato la soglia della gioielleria - spiega l'uomo -. Solo trovandomi a tu per tu con lui ho capito che stava aggiustando una porta con un cacciavite e un martello. Le armi con cui ha tentato di colpirmi quando ho cercato di rapinarlo. A quel punto pensavo di metterlo ko senza problemi vista la sua età, ma non volevo fargli del male e, soprattutto, non ero intenzionato a ucciderlo. Quel che è accaduto mi ha colto completamente impreparato: Veronesi si è difeso con grande forza e determinazione. Così, usando il cacciavite che lui cercava di puntare contro di me per difendersi, l'ho colpito diverse volte al petto e poi, sempre con un martello di sua proprietà e che stava utilizzando per sistemare la porta, ho infierito sul capo».
«Quando l'ho visto a terra, in mezzo al sangue, ho capito che era morto» ha concluso Gallo, sempre piangendo. A quel punto, dopo aver strappato l'impianto di videosorveglianza, il 38enne ha nascosto il sangue del morto che gli macchiava gli abiti indossando proprio la sua giacca, quella che Veronesi aveva lasciato su una seggiola. E, dopo aver razziato un po' di gioielli, se n'è andato portandosi dietro anche il cacciavite e il martello. Nel momento in cui ha sentito squillare il telefonino della vittima, rimasto in una tasca della giacca, lo ha gettato via, prima di salire sul treno per Ventimiglia, per raggiungere poi la Spagna.
Gallo ha ripetuto di essere molto pentito e chiede perdono alla famiglia Veronesi. «Ha cercato se ci fosse nella stanza qualcuno che rappresentava il morto per potersi in qualche modo scusare» spiega l'avvocato Millemaci. Che conclude: «Sapeva che l'avrebbero catturato, ma sperava di poter stare in Spagna, con la sua bimba».