Candia, l'industriale che la chiesa vuole santo

«Quando continui a pensare a tutto il genere umano, non puoi pensare a una persona sola» rispondeva Marcello Candia, ricco e giovane industriale milanese, erede di una grande fortuna, uomo di bell'aspetto e di ottime maniere, gentile e generoso con le donne. Loro lo frequentavano sperando nel matrimonio dei sogni. Lui, ancor prima di inseguire i poveri costruendo per loro ospedali e lebbrosari in Brasile, aveva scelto la verginità. O si era lasciato scegliere da lei. In ogni caso, non era facile spiegare agli altri perché. «Marcello dei lebbrosi», come presero a chiamarlo quando era ancora vivo, aveva trovato questa risposta semplice e sconvolgente. Simile all'intera sua vita.
Si può essere un industriale capace di dar lavoro e far soldi e camminare sulla via della santità. Marcello Candia è stato e ha fatto tutte queste cose e anche tante altre. È sempre in agguato il rischio di costruire altarini a chi viene definito santo quando ancora passeggia sulle strade del mondo. È quasi impossibile non restare a bocca aperta davanti alla vita di Marcello Candia, morto a Milano il 31 agosto 1983 a sessantasette anni. Uomo di eroiche virtù, recita il decreto che Papa Francesco ha firmato l'8 luglio scorso per proclamarlo «venerabile». Perché ha venduto tutto per trasferirsi a cinquant'anni suonati dall'altra parte del mondo e spendere la sua grande fortuna per soccorrere corpi e anime? Forse anche per questo, ma non solo.
Marcello Candia era un uomo incredibile già a Milano. Soccorreva i poveri con carità fisica. Era stato un industriale più che illuminato, generoso in modo eroico, quando - per un incidente di cui non aveva nessuna responsabilità - erano morti due operai della fabbrica vicina alla sua. Era stato il padre Camillo a fondare la «Fabbrica italiana di acido carbonico», gioiello milanese di inizio Novecento. Uomo integerrimo, laborioso e pragmatico, faceva fatica a capire l'amore di Dio che il figlio aveva ereditato dalla madre, fervente cristiana, e che lo spingeva a entrare ogni giorno in chiesa per la Messa.
Marcello prese le redini dell'azienda da industriale e da cristiano. In una brutta notte del 1955 un serbatoio esplose a Milano, distruggendo la fabbrica. Lui decise di rifornire tutti i clienti, usando i depositi degli altri suoi tre stabilimenti italiani, mantenendo i costi invariati. Partì subito a ricostruire la Candia. Donò personalmente un milione di lire di quegli anni a ognuna delle due famiglie che aveva perso una persona cara. Insomma, spese tutto ciò che aveva perché nessuno fosse danneggiato. Dovette rinunciare al desiderio che già sentiva fortissimo di vendere tutto per fare ospedali in Brasile. A contagiargli questa malattia era stato padre Aristide Pirovano, missionario del Pime e poi vescovo, suo amico e guida spirituale. Ma adesso per Marcello si trattava di aiutare chi dipendeva da lui e dal suo lavoro. Doveva rimettere in piedi la baracca e farla decollare ancora. Ci riuscì.
Quando finalmente poté partire per il Brasile correva l'anno 1965. Marcello Candia aveva già venduto la sua azienda per costruire un ospedale a Macapà. Usò tutto il suo patrimonio per curare chi non poteva permetterselo, per costruire luoghi di cura e centri spirituali, tra i quali due Carmeli e la comunità religiosa del lebbrosario di Marituba, intitolata a Nostra Signora della Pace. Tra quei lebbrosi che vivevano abbandonati da tutti, in un luogo inaccessibile in mezzo alla foresta, era arrivato per toccarli e stare in loro compagnia. Lo stesso gesto che anni dopo avrebbe ripetuto Giovanni Paolo II: in visita al lebbrosario di Marituba, papa Wojtyla abbracciò Marcello e poi, uno per uno, ogni lebbroso ospite della comunità.
L'idea del primo ospedale di Marituba, come raccontò Candia, era stata del cardinale e allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che lo aveva ricevuto in udienza su invito di monsignor Pirovano. Il futuro Paolo Vi non gli aveva lesinato consigli: «Se fa un Ospedale in Brasile, lo faccia brasiliano. Faccia attenzione ad evitare ogni sorta di paternalismo, non imponga le sue idee agli altri, anche con buona intenzione». E ancora: «Si proponga come obiettivo finale di non essere più necessario. Quando arriverà il momento in cui lei si sentirà inutile, perché l'ospedale potrà continuare anche senza di lei, allora avrà realizzato una vera opera di solidarietà umana». Fu anche per questo che Candia decise di donare il suo ospedale ai Camilliani.
Anni dopo, nel 1991, fu il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, ad aprire la causa di canonizzazione dell'industriale missionario: dal 2006 il corpo di Marcello Candia si trova nella chiesa dei Santi Angeli custodi di via Colletta, la sua parrocchia.
Ha fatto talmente tanto che non si sa da dove partire per non dimenticare troppo. Il sito della Fondazione Candia conta 58 opere legate al suo nome. Ha aiutato anche infinite altre persone non catalogabili in alcun archivio: ebrei e deportati durante la guerra e poi dopo. Poveri, giovani, ragazze madri, gente in difficoltà di ogni genere, a partire dagli amici. Essendo un essere umano, aveva anche difetti: dicono alcuni resoconti tratti dalle sue biografie (hanno scritto di lui Giorgio Torelli, padre Gheddo, Antonio Sicari...) che fosse impaziente, testardo, perfezionista, esigente con chi lavorava con lui.
Lottava ogni giorno per migliorare. Diceva di sé: «Io non sono nulla. Sono solo un modesto strumento della Provvidenza».