Candy, l'azienda di Brugherio che si ispirò alla musica jazz

Il nome significa caramella e ricorda Nat King Cole ma è l'unico grande marchio rimasto ancora italiano

Brugherio. Immaginate un tinello brianzolo nel 1945, alla fine della guerra. Tutta la famiglia riunita intorno al tavolo, con la radio accesa in sottofondo. Si sta cercando il nome per le officine di casa che sono pronte a lanciare in Italia un prodotto nuovo di zecca, visto negli Stati Uniti: la lavatrice. Si sta discutendo se chiamare la fabbrica Eden, che vuol dire paradiso ed è il nome del capofamiglia.

Improvvisamente, dalla radio si diffonde una canzone morbida e con molto swing: è Candy, cantata da Nat King Cole. Gli sguardi s'incontrano e tutti pensano contemporaneamente la stessa cosa: eccolo, il nome giusto, Candy. In inglese significa caramella, è una parola dolce con un tocco di femminilità, in italiano ricorda cose candide come un bucato, in più ha quell'«american sound» che in quel momento piace tanto agli italiani.

A 72 anni di distanza, quel nome è tuttora un successo e quella fabbrica, a Brugherio, è viva e vitale. La proprietà è sempre la stessa: il 100% appartiene alla famiglia Fumagalli, e al capostipite Eden è dedicata la via dello stabilimento. È uno dei più importanti insediamenti industriali della Brianza, e Candy è l'ultima grande azienda italiana di elettrodomestici dopo che quelle degli Zanussi (Rex), dei Borghi (Ignis), dei Merloni (Indesit) sono finite in mani straniere. Oggi a Brugherio lavorano 400 persone, in un ambiente molto robotizzato, tecnologico ed efficiente. «Tutto è nato qui» dice affettuosamente Beppe Fumagalli, amministratore delegato, che appartiene alla terza generazione: la quarta sta facendo esperienza. In tutto, i discendenti del fondatore sono oltre una dozzina, riuniti in una holding di diritto italiano che disciplina, con buon senso brianzolo, anche i rapporti tra i soci per evitare stalli decisionali.

«I nostri stabilimenti più grandi sono in Cina, in Turchia. Ma Brugherio è la nostra vera casa». Il cuore del gruppo. A conferma che, se ci sono tecnologia e innovazione, si può ancora fabbricare in Italia un prodotto il grande elettrodomestico bianco - che è stato via via delocalizzato. Da Brugherio esce il 5% della produzione del gruppo. Oggi il primo mercato di Candy è la Gran Bretagna, grazie all'acquisizione di Hoover avvenuta nel 1995, secondo è la Francia, terzo l'Italia, quarto la Russia. In Italia, dove si confronta con i giganti mondiali, è il quarto gruppo.

Con il 2016, la crisi è alle spalle. E crisi c'è stata, eccome: nel 2007, l'anno record, Candy fatturava 1,47 miliardi. Nel 2010, tre anni dopo, era precipitata a 820 milioni. Beppe Fumagalli si è insediato alla guida nel 2014, mentre il fratello Aldo è a capo del lavaggio, il settore più importante. Il 2014 e il 2015 sono stati anni di pulizie, riorganizzazione e svalutazioni.

Il 2016 si è chiuso con ricavi per 1,1 miliardi, un utile «incoraggiante» e crescite a due cifre nei principali mercati: +30% in Gran Bretagna, +30% in Italia, +20 in Russia, +15 in Francia. La Brexit non ha avuto conseguenze, anche perché la società britannica non è consolidata.

Paura di Trump? «No, negli Stati Uniti non siamo presenti - risponde l'amministratore delegato -. Piuttosto, la liberalizzazione degli scambi negli ultimi anni è stata troppo veloce e ha creato problemi a tante aziende».

Lo scorso anno il fatturato in Europa è cresciuto più del resto del mondo, per qualche rallentamento in Argentina, Medio Oriente e Cina, e Candy ha beneficiato anche dei riposizionamenti di Indesit e della francese Brandt. «Dalla crisi siamo usciti rafforzati, ristrutturati, abbiamo preso velocità» assicura l'ad, che per il futuro ha idee molto precise. «La strategia è di rafforzarci nei segmenti dove siamo forti, a cominciare dal lavaggio, la nostra area più tipica, e dai piccoli elettrodomestici di Hoover. Questo ci darà massa critica per svilupparci ancora».

E poi c'è l'innovazione, su cui Candy sta puntando molto. «La parola chiave è connettività. Tutti i nostri elettrodomestici, anche la cappa, anche l'aspirapolvere, sono connessi, e il mercato comincia ad apprezzare. Questo significa poter effettuare le operazioni a distanza, col telefonino. È un mondo in grande evoluzione. Negli Stati Uniti lo scorso anno sono stati venduti 4 milioni di pezzi di un apparecchio che, a un semplice comando vocale, organizza tutta la casa. Per esempio: se dico Vado a letto, le luci si spengono da sole, vengono controllati i sistemi di allarme, parte la lavatrice in programma risparmio. Ecco, tutto ciò diventerà uno standard e noi siamo già pronti».

Il futuro è questo, la casa sempre più intelligente. Ma anche l'orizzonte dei mercati si sta allargando. «Puntiamo al Nord dell'America Latina, al Messico, dove il trend dei consumi è di tipo europeo, con una fusione di stile tra Stati Uniti ed Europa. Vedo opportunità importanti, grazie anche al nostro design». Intanto però le mosse più immediate sono altrove: «Abbiamo colloqui per una partnership con un gruppo del Far East nel settore della refrigerazione, per la distribuzione su quei mercati».

Proposte d'acquisto? «Tante, soprattutto negli anni della crisi. Ma crediamo fortemente nell'azienda» risponde Fumagalli. Il quale sottolinea anche il vantaggio di non essere quotati in Borsa: «Nei momenti difficili aumenta la vulnerabilità. Noi ce la facciamo da soli».