«Capannone, non moschea» ma ora spuntano i minareti

A una cinquantina di metri, in via Salomone, ci sono la chiesa e la parrocchia di San Galdino, peraltro molto frequentate. Tuttavia sembra che questa realtà non abbia impedito o creato scrupoli al Comune di Milano nel concedere il permesso per costruire uno stabile di chiaro stampo maomettano in via Maderna, zona est della città, tra piazza Ovidio e l'Ortomercato. Le cupole dorate, del tutto identiche a un minareto, e le espressioni alterate degli islamici di origine turca, che squadrano come un intruso molto fastidioso chi si ferma a curiosare, non sembrano lasciare dubbi sull'utilizzo del luogo.
Dopo le polemiche di marzo sullo scopo più o meno «religioso» dell'insediamento (i cui lavori erano stati sospesi per alcune irregolarità) è di pochi giorni fa la querelle tra il vicesindaco Ada De Cesaris e il vice presidente del Consiglio comunale, Riccardo De Corato, che chiedeva lumi sulla possibile presenza della moschea. «Ancora una volta voglio tranquillizzare il consigliere De Corato che viene obnubilato dall'intolleranza - ha dichiarato piccata la De Cesaris davanti alla richiesta di spiegazioni del capogruppo di Fdi -. Lo stabile di via Maderna ha una destinazione di tipo produttivo e commerciale e su di esso non è stato avviato alcun procedimento per un luogo di culto, per il quale è necessario avviare procedimenti più complessi, che non riguardano quell'edificio». Tuttavia quando abbiamo inviato una mail all'ufficio stampa del vicesindaco per domandare se è proprio vero che il Comune ha concesso un permesso per un centro culturale islamico in via Maderna, chiarire le caratteristiche e gli scopi che ispirano la realizzazione di questo genere di edificio e sapere quanta gente potrà ospitare e conoscere l'esatto utilizzo delle tre cupole sul tetto, ci è stato risposto che la De Cesaris aveva già detto quel che aveva da dire a De Corato e che «altre informazioni» sul centro «non erano disponibili». Altra risposta formale, anche se piuttosto fumosa, è arrivata a un cittadino, residente nella zona dove sorge il nuovo edificio e desideroso di saperne di più sul suo utilizzo. A lui la De Cesaris, via mail, spiega che la destinazione originale dell'immobile sarebbe artigianale-industriale. E che i lavori dello stabile a marzo erano stati bloccati per «il possibile uso improprio a luogo di culto». A luglio le maestranze avrebbero quindi incontrato «tutte le parti coinvolte chiarendo la procedura per sanare le opere difformi». Sarebbero quindi in corso «alcune opere in sanatoria», quali e in che direzione vadano però non è dato saperlo. Insomma che non si tratti di una moschea inteso come luogo di culto che ha bisogno di particolari permessi per essere costruito sembra assodato. Tuttavia, come ha sottolineato anche De Corato, anche nel più noto e datato «centro culturale islamico» della città, quello di viale Jenner, i fedeli pregano da sempre: non per niente il centro è conosciuto da tutti come «la moschea» di Milano. «Ci ritroveremo la prossima primavera a chiedere le stesse identiche cose senza essere ascoltati? - conclude De Corato - Se non vuole rispondere a me, la De Cesaris parli coi residenti che si sentono presi in giro».