«Il cardinal Martini? Era un vero timido capace di comandare»

«Quando mi ha nominato segretario non lo conoscevo. Aveva chiesto ai vescovi di Milano di scegliere per lui una persona. L'ho visto la prima volta quando mi ha telefonato per fare conoscenza. Sono andato a trovarlo a Roma». Monsignor Erminio De Scalzi, abate di sant'Ambrogio, è stato il primo segretario dell'arcivescovo Carlo Maria Martini, dal 1980 al 1983. È stato anche l'ultimo vescovo consacrato da lui: era il 1999 e Martini lo nominò vescovo ausiliare di Milano.
Com'è stato quel primo incontro al buio?
«Stava facendo il trasloco, mi ha responsabilizzato subito dicendo: “guarda queste due interviste e congedale”. Una era al Sabato e l'altra mi pare al Messaggero. Ho fatto qualche piccolo intervento che lui ha subito accettato. Mi ha colpito perché mi ha dato subito responsabilità».
È stato difficile organizzare quel trasloco?
«Il trasloco non è costato nemmeno cinquecentomila lire, che forse era il prezzo dell'aereo. Non ha portato nessun libro, perché a Roma usava quelli dell'Università Gregoriana».
Un intellettuale come lui è arrivato a Milano senza libri?
«E i libri della biblioteca che ha acquisito a Milano li ha lasciati tutti al Seminario. Quando è partito da Milano, lo ha fatto nella povertà assoluta, lasciando tutti i doni che aveva ricevuto. È andata via la macchina con l'autista e l'ultimo segretario, non portando nulla. Per lui la povertà non era una parola un po' romantica ma una realtà concreta. È stato un religioso, gesuita, plasmato dal voto di povertà».
Il cardinal Martini era legato a fratel Ettore, l'amico dei poveri della Stazione. Che rapporto c'era tra questi due uomini così diversi?
«Il suo primo onomastico, per San Carlo, l'ha voluto passare da Fratel Ettore. Lui gli ha dato un grembiule e l'arcivescovo ha servito i poveri. Fratel Ettore veniva spesso a pranzo dall'arcivescovo. Si presentava all'improvviso, suonava alla portineria all'una e mezza. Io gli dicevo: «che vuoi, fratel Ettore?». E lui: «voglio essere invitato». Chiedevo all'arcivescovo e lui diceva sempre: va bene».
Lei camminava al fianco di Martini nel suo primo ingresso a Milano. Quali ricordi conserva?
«Era il 10 febbraio del 1980, mentre arrivavamo in macchina a sant'Eustorgio mi ha chiesto di passare davanti san Vittore. Poi siamo andati al Castello e da lì a piedi fino in Duomo: era avvolto in un lungo mantello nero che lo faceva sembrare ancora più alto mentre entrava con il Vangelo tra le mani».
Come è stato il suo primo periodo milanese?
«Era curiosissimo, si fermava davanti ai monumenti e anche alle targhe delle vie e voleva sapere tutto. Ricordo quando in via Meravigli mi ha chiesto: «chi è Meravigli?». E io non lo sapevo. Ci siamo ripassati e di nuovo la domanda e io di nuovo non lo sapevo».
Quali erano i suoi tratti distintivi?
«Era un uomo libero da ogni sentimento di carrierismo. In sintonia con l'altro gesuita, papa Francesco. Senza timore di mostrarsi fragile. Ci ha parlato dei suoi dubbi di fede, della sua malattia, della solitudine, della paura della morte. E poi era un uomo capace di grande ascolto».
E la sua fama di uomo freddo e distaccato?
«Anzi, era di una finezza d'animo... conservo numerosi bei biglietti che mi ha scritto. Era timido. La televisione lo rendeva mediatico, invece lui era schivo, forse come portato delle sue origini nella borghesia piemontese».
Come governava la diocesi?
«Ha governato. Ma il suo governare non era un comandare con norme, divieti o proclami. Era un educare, un portare a capire le ragioni, sollecitare la libertà e la responsabilità. Praticava un ascolto attento dei suoi collaboratori, rispettoso, desideroso di imparare da tutti».
E quando si arrabbiava?
«Una volta mi ha detto: “se perdo io il lume degli occhi...”. Ma non l'ho mai visto perderlo. Era un gesuita, esercitava il dominio di sé».