Cari politici, Milano non è un tram il commento 2

di Giannino della Frattina

Milano sedotta e abbandonata dal sindaco Giuliano Pisapia e da alcuni assessori della sua giunta smaniosi di partecipare alle primarie del centrosinistra. Milano (mal)trattata come un tram. Chiamato desiderio, ma desiderio d'andarsene. Di lasciare un lavoro appena cominciato, alla faccia di quella rivoluzione arancione che avrebbe dovuto spazzare la città. Passati i tempi di Gabriele Albertini il cui «turno di guardia», come gli piaceva chiamarlo con un pizzico di civetteria, durò interi i nove anni dei due mandati su cui ormai tutti sono d'accordo sarebbe ottimale si distendesse l'impegno di un sindaco per lasciare qualche traccia significativa di buona amministrazione. E, invece, son passati appena dodici mesi e son già tutti lì a svuotare gli armadi di abbigliamento arancione già passato di moda. Perché le passioni fulminanti, in politica come nella vita, si spengono in fretta. Altra cosa è l'amore. Magari per una città a cui si decide di dedicare intelligenza e impegno. Se possibile non pensando ad altro nel frattempo. Perché questa storia del modello Milano da trasferire su scala nazionale ha sinceramente scocciato. Se è un modello Milano, lo si usi per amministrare Milano. Che ce n'è già abbastanza. All'altro ci pensino gli altri. Pisapia faccia il sindaco e smentisca una volta per tutte chi vorrebbero farlo tornare nei già frequentati Palazzi Romani magari a fianco di Nichi Vendola. Stefano Boeri (nella foto) si occupi di dare un po' di cultura a una città i cui cartelloni teatrali e di mostre non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli delle città europee. E magari Bruno Tabacci metta un po' d'ingegno e s'inventi qualcosa per abbassare le tasse, invece di continuare ad alzarle. È troppo? Forse no se anche ieri nel suo commento sul Corriere Massimo Rebotti parlando della giunta Pisapia diceva che «più che le idee sono fioccate le candidature». E le liti, come quella tra i due galletti Boeri e Tabacci all'ultimo conclave di giunta. Perché le ambizioni personali cozzano con la necessità di fare squadra in nome di un interesse superiore, come quello della città e dei cittadini. E così sul profilo Facebook di Boeri, desideroso di partecipare oggi all'assemblea romana del Pd dove si deciderà sulle primarie, è comparso il post graffiante di Corrado. «Secondo me non è un obbligo amministrare Milano. È una scelta (se volete, è un onore), che si dovrebbe portare a termine, con dedizione e non a part time. Diversamente, tanto vale dimettersi prima (non eventualmente dopo se si viene eletti). Valga per tutti». Come si dice? Vox populi, vox dei.