Caro Armani, hai ragione Milano è proprio sporca (e i tagli non c'entrano)

Giorgio Armani ama Milano, la ama profondamente. Tanto che qualcuno aveva pensato di candidarlo a sindaco. E non potrebbe provare sentimenti diversi per la città che gli ha dato le opportunità per esprimere e valorizzare a livello planetario il suo genio creativo e imprenditoriale. Perciò quando, inaugurando a Roma la sua nuova faraonica boutique, dice «mi piacerebbe venire più spesso a Roma, una delle città più belle del mondo, ma non lo faccio perché poi aumenta il mio dispiacere di tornare a Milano e vedere com'è ridotta», è evidente che, oltre a rendere l'inevitabile omaggio alla città che lo ospita, lancia di un grido di dolore da innamorato frustrato. Perché, ammette con amarezza, «Roma è decisamente più pulita di Milano», dove «orribili e invasivi graffiti» impestano muri, portoni e saracinesce. Non è certo, dice, il modo migliore di presentarsi per la capitale della moda, dello stile e del gusto. E come dargli torto? Come si può, in base alla nostra quotidiana esperienza di milanesi, negare che la città sia sporca, sciatta, trascurata, con un verde valutato solo per la quantità e non per la qualità e la manutenzione - «quei giardinetti, così modesti!» lamenta Armani - con un arredo urbano trascurato, di fatto inesistente e lasciato degradare senza ritegno?
Qualche assessore fa l'offeso e invita il grande Giorgio a «non confondere il bello col lusso», come fa incautamente il vicesindaco Ada Lucia De Cesaris che, par di capire, attribuisce questa confusione a quel pasticcione di Armani. Per quanto riguarda il vaiolo urbano dei graffiti, poi, gli zelanti gli assessori assicurano che sono «impegnatissimi» nelle cancellazioni alle quali «il sindaco partecipa attivamente». Partecipazione forse non risolutiva. Certo l'immagine di Pisapia che in tuta bianca brandisce uno scopettone potrà anche avere una certa ingenua efficacia propagandistica, ma dubito che quella sia la soluzione. Infatti se si corre dietro ai graffitari per cancellare le loro opere, è evidente che non se ne viene mai a capo. Bisogna, prima di pulire, impedire loro di sporcare. Qui da noi ci sono scarabocchi ovunque, ci vorrebbero migliaia di sindaci in tuta bianca continuamente impegnati a grattare i muri della città più imbrattata del mondo.
Ma se vengono a deturpare Milano da tutta Europa ci sarà pure una ragione. Dicono che sia perché altrove gli imbrattatori possono essere arrestati e in Italia no, per questo saremmo preferiti. Sarà anche così, ma allora perché non vanno anche a Roma, dove forse le bombolette di vernice costano meno? Infatti è vero, basta fare un giro nel centro della capitale per notare l'assenza dei graffiti.
E poi, scusa sempre buona, c'è la solita solfa dei fondi che mancano, nonostante a Palazzo Marino si apprestino a rifilarci una nuova micidiale mazzata. Ma per questo bisognerebbe aprire un altro imbarazzante capitolo sulla disinvoltura di un mago della finanza come Bruno Tabacci che, dopo essersi impegnato come assessore al Bilancio in un teorico risanamento dei conti di Milano a colpi di aumenti di tasse e tariffe, se la svigna a Roma lasciando alla città un buco di quasi mezzo miliardo. Ma questa è tutta un'altra storia, alla quale accenno solo per invitare Pisapia e i suoi a non tirare sempre in ballo la scusa dei conti, che non può essere usata come un passepartout per giustificare tutto quello che non va.