«Caro ministro Cancellieri, per noi avvocati lei è timida»

L'altro ieri a Napoli il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri è stata bruscamente contestata dai rappresentanti degli avvocati. Oggi la Cancellieri sbarca a Milano, per la sua prima visita in veste di Guardasigilli in una città che come viceprefetto ha conosciuto bene. A Palazzo di giustizia il ministro è atteso da una lunga serie di incontri. Fischi anche qua? «Non da parte nostra - dice Salvatore Scuto, presidente della Camera penale, ovvero l'unione degli avvocati penalisti milanesi - ma se avremo occasione di parlarle le diremo comunque che le cose non vanno bene. Di buone intenzioni ce ne sono tante. Ma io le direi: ministro, lei è troppo timida».
A Napoli gli avvocati hanno contestato soprattutto la riorganizzazione delle sedi giudiziarie, con la soppressione delle piccole sedi. É un processo che si prepara ad investire anche Milano.
«La riorganizzazione e la razionalizzazione sono esigenze inderogabili. Certo, le chiusure di alcune sedi e l'ingrandimento di altre, come Busto Arsizio che si avvia a diventare un tribunale assai vasto, pone problemi di organizzazione anche agli avvocati. Ma non è questo il problema più grave».
E qual è il problema?
«Due, essenzialmente. Uno è la condizione drammatica delle carceri: San Vittore, in particolare, ma anche Opera, di cui si parla meno ma che vive gravi carenze di personale che si ripercuotono sulla vita dei detenuti e anche sul loro diritto alla difesa».
Il ministro ha appena varato un decreto proprio per svuotare le carceri.
«Troppo poco. Capisco che c'erano resistenze dentro il governo, e che non si voleva dare l'immagine di fare un favore a Berlusconi. Capisco anche quando il ministro dice che è solo avvio di un lungo percorso. Ma anche in questa fase si poteva e si doveva fare di più. Il ministro è stato troppo timido».
Però si sono allargate le possibilità di accedere agli arresti domiciliari.
«Non è questa la strada risolutiva. Bisogna intervenire sul codice di procedura penale, e arrivare a fare sì che la custodia cautelate in carcere, ovvero la galera in attesa di giudizio, sia una eccezione, e non la prassi come è ora».
E questo è uno.
«L'altro, che riguarda anch'esso i diritti del cittadino imputato, è il funzionamento degli uffici. In tribunale ci sono uffici cruciali, come il deposito atti, che aprono solo due giorni alla settimana per mancanza di risorse umane. Sappiamo che i soldi scarseggiano. Ma proprio per questo bisogna investire sulla informatizzazione. Ci sono ancora giudici che rifiutano di mandarci per mail le trascrizioni delle udienze. E per accedere agli atti bisogna fare le code, comprare le marche da bollo, riempire i moduli. Quando basterebbe una piattaforma informatica cui accedere, pagando i diritti con una carta di credito. Nel resto del mondo una banalità, qui sembra impossibile».
E sulla imparzialità dei giudici non avete proteste da fare?
«Recentemente abbiamo sollevato due casi. Ma il problema vero è che in nome della lotta all'arretrato a Milano ormai si è iniziato a dichiarare inammissibili i ricorsi in appello. É una facoltà prevista dal codice, che in passato i giudici usavano poco e niente, e cui ora hanno deciso di fare ricorso. Se serve a ridurre gli appelli pretestuosi, va bene. Ma se viene usata per smaltire i carichi pendenti privando gli imputati di un loro diritto, allora non ci siamo».