Case ai rom e ronde L'ipocrisia di sinistra nel nome del «sociale»

Per carità non chiamatele «ronde», anche se così le chiamano perfino i giornaloni amici, anzi amicissimi di Pisapia. E non parlate di «marcia indietro» o «ripensamento» - con conseguente figuraccia - rispetto a quelle della giunta di centro-destra. Non chiamatele «ronde» semplicemente perché alla loro denominazione il sindaco e il suo assessore al Welfare Majorino hanno aggiunto una parolina magica, un abracadabra lessicale tanto caro alla sinistra, che rende automaticamente democratica e politicamente corretta qualunque iniziativa: «sociali». Insomma, basta dire che queste non-ronde sono «sociali» e opla!, magicamente diventano cosa diversa da quelle brutte sporche e cattive proposte dal governo Berlusconi col suo ministro degli Interni Roberto Maroni. E pazienza se queste non-ronde saranno impiegate soprattutto di sera sulle metropolitane e sulle circolari 90 e 91, pazienza se queste scelte indicano chiaramente che si tratta di una iniziativa imposta dai risaputi problemi di sicurezza in situazioni notoriamente «problematiche», dove gli autisti dei filobus vengono aggrediti, le donne importunate, gli scippi e i borseggi non fanno notizia. Pazienza, perché stavolta - ci spiega l'ineffabile Majorino - si tratta «di una rete di volontari per aiutare persone che si trovano in situazione di bisogno». Inutile ricordargli che anche le famigerate ronde leghiste erano costituite da volontari. Ci spieghi invece, l'assessore, se, ad esempio, per lui «persona in situazione di bisogno» è l'autista aggredito o sono i teppisti aggressori: di chi dovranno occuparsi, prendersi cura le non-ronde sociali e democratiche? La risposta forse sta in una delle solite formulette retoriche e banali con cui la sinistra pensa di cavarsela in ogni occasione polemica: «Il nostro faro è e sarà sempre la Costituzione. Milano città democratica non mette ronde» e bla bla bla… E così tirando in ballo la Costituzione anche quando c'entra come un fico secco la discussione è chiusa. Ma l'ipocrisia e la figuraccia restano.
E chissà se invocheranno la Costituzione, il diritto alla privacy, anche i 90 rom, che presto diventeranno più di 100, trasferiti da un campo abusivo al nuovo «centro di smistamento e transito» - anche qui un paio di paroline magiche e tanta ipocrisia. Container come quelli per i terremotati, arredati, con aria condizionata, televisori e un confort accettabile, viste le condizioni di partenza. Costo un milione e mezzo. Tutto bene? Niente affatto. Ai cronisti che chiedevano un commento, una valutazione della loro nuova situazione, i rom, anziché ringraziare la città di Milano per la paziente accoglienza, per la non dovuta e piuttosto costosa ospitalità, hanno risposto con una certa arroganza, lamentandosi e protestando perché «qui in questo spazio non ci sta la praivasi». Poca privacy, insomma, e poca riservatezza in quei container. Avrebbero probabilmente preferito delle villette con camere per i bambini e camere per gli ospiti come quelle che altri rom e sinti hanno costruito abusivamente nel Parco agricolo sud di Milano. Ma bisogna ammettere che si è trattato di un'operazione furbetta, perché l'inaugurazione della nuova struttura così poco apprezzata dai destinatari, è avvenuta a ridosso di Ferragosto, quando gran parte degli abitanti della zona sono in vacanza. Un caso? Immaginando le critiche, don Viginio Colmegna, da tempo impegnato nei «programmi di inserimento» dei rom, invita a evitare polemiche: «Meno demagogia si fa meglio è». Giusto, ma il don spieghi ai suoi assistiti che farebbero bene a non lamentarsi di quanto ricevono, perché nulla è loro dovuto.