Cassa rotta, non fa scontrino ma registra l'incasso: multato

A un salumiere di San Siro sanzione da 700 euro per un guadagno di 27. «Cifra annotata regolarmente»

È tutto in regola e quindi la multa è ingiusta? Bene, può sempre fare ricorso e le daranno ragione: questa la paradossale (e implicita) soluzione proposta dalla Guardia di finanza al salumiere sanzionato per uno scontrino non emesso. «Ma - spiega l'avvocato Domenico Bianco, che assiste il commerciante - con importo regolarmente annotato nel Registro dei corrispettivi di emergenza. Il registratore di cassa in quel momento infatti era guasto».

Il legale racconta i termini della ennesima battaglia tra piccolo negoziante e Fisco tiranno. Lo scorso 7 marzo le Fiamme gialle fanno visita alla macelleria salumeria di via Don Gnocchi, in zona San Siro. Controllano un cliente e scoprono che è uscito senza lo scontrino. Valore dell'acquisto in fettine di pollo e altri alimenti: 27 euro. Subito contestano la violazione al commerciante, che si giustifica dicendo che il registratore di cassa è rotto. L'importo, aggiunge, è però stato riportato nel registro apposito. «Una procedura prevista per legge - continua l'avvocato Bianco -, nei casi in cui appunto il misuratore fiscale abbia un problema. L'annotazione nel registro può sostituire lo scontrino e ha valore fiscale. Nessuna evasione quindi». A confermare che il registro sia contemplato dalle norme come alternativa valida c'è la frase riportata nell'avviso di accertamento inviato pochi giorni fa dalla Gdf al negoziante, un italiano 66enne che gestisce da anni l'esercizio a conduzione famigliare. Si legge alla voce «Violazione accertata»: «Mancata emissione di numero 1 scontrini fiscali o omessa annotazione dei corrispettivi per l'irregolare funzionamento del registratore di cassa». Il finanziere che ha eseguito il rilievo aveva infatti assicurato al presunto trasgressore, secondo quanto riporta quest'ultimo, che nessuna sanzione sarebbe stata comminata.

Invece ecco arrivare una multa di ben 675,42 euro, tra sanzione vera e propria, Iva e spese di notifica. «L'aspetto assurdo di tutta la vicenda - sottolinea il legale - è che al mio cliente conviene pagare, anche se ha ragione. L'eventuale ricorso gli verrebbe a costare molto di più: almeno 800 euro per il solo primo grado. Se poi consideriamo che in primo grado le sentenze sono in sette casi su dieci favorevoli al Fisco...». Anche perché se paga senza provare a far valere le proprie ragioni in Tribunale, il contribuente ha diritto a una «definizione agevolata» e a sborsare un terzo del verbale. «Tutta una scempiaggine - conclude l'avvocato - e una beffa per il contribuente. L'unico scopo dello Stato in queste circostanze è di fare cassa. Ma quale rispetto può meritare allora dal cittadino?».

Commenti

evuggio

Lun, 24/07/2017 - 11:33

quanto manca alla rivoluzione?