Celestini: «Sul palco il Pueblo delle periferie»

L'artista presenta la seconda tappa della sua trilogia: «Voglio raccontare l'essere umano»

Antonio Bozzo

«Le mie storie raccontano vicende che accadono in periferia, tra un supermercato e un magazzino dove lavorano dei facchini africani. Una periferia che è tutte le periferie del mondo, anche se io la immagino come il pezzo di Roma, oltre il Grande Raccordo Anulare, dove vivo». Ascanio Celestini non è uno snob, migrato nelle borgate come un antropologo alla ricerca di tribù urbane brutte, sporche e cattive. Celestini la periferia la vive da sempre, la ama, la studia con sguardo carezzevole, sapendo che sta lì, tra strade dissestate e vite difficili, la verità non soltanto del suo teatro, ma dell'umanità tutta. Facile farsi venire in mente il nome di Pasolini, cantore dei ragazzi di vita e delle periferie plebee, ma si tratta di un'approssimazione che non ha molto senso. Celestini appartiene al gruppo - se significa qualcosa metterli in un gruppo - di chi porta in scena il «teatro di narrazione» (nomi come Marco Paolini, Davide Enia, Laura Curino, Marco Baliani). E arriva al Franco Parenti (24/29 aprile) con Pueblo, secondo capitolo di una trilogia iniziata nel 2015 con Laika, che abbiamo visto, sempre al Parenti, nella scorsa stagione. «Di solito se si parla di una città - argomenta Celestini - parliamo del centro, di luoghi che le danno identità, percorsi da gente che guarda per conservare quelle bellezze nella memoria. Le mie storie di periferia servono a fare riemergere nello spettatore qualcosa di personale. Differenze sociali a parte, gli esseri umani si assomigliano tutti. Non per la visione del mondo, ma per la necessità di guardare la propria vita quotidiana, che presenta gli stessi problemi. Poi naturalmente c'è l'invenzione, che trasforma i miei personaggi in figure fiabesche». In Pueblo («unido, jamas serà vencido», cantavano gli Inti Illimani, in un'Italia diversa, quando nelle periferie non c'era ancora il ventaglio etnico di oggi), Celestini dà voce ai sogni di Violetta, cassiera che immagina una vita parallela: regina di un reame scaturito da storie dure e poetiche. «Sono convinto - dice Celestini, accompagnato dalle musiche di Gianluca Casadei - che sia necessario scrivere partendo da un lavoro di ricerca sul campo. Nelle interviste mi faccio raccontare la storia personale. Contiene sempre qualcosa che non immaginiamo. Noi tendiamo a ragionare per pregiudizi, spesso cerchiamo quel che conferma le nostre opinioni». Di sicuro, seguendo i lavori di Celestin i pregiudizi vengono messi a dura prova. Pueblo non farà eccezione. E se ci sentiremo più vicini, fin quasi a comprenderli, a esseri umani che vivono ai margini della metropoli, il merito sarà tutto di Ascanio Celestini.