Centrale, retata di immigrati. In cento portati in questura

L'operazione dopo giorni di controlli e appostamenti. Piazzale circondato dopo le risse e gli accoltellamenti

Jeans strapazzati, camicia fuori dai pantaloni, sneakers nere, i capelli castani lunghi e sciolti sulle spalle, radio in mano e sguardo serioso. Piazza Duca d'Aosta e piazza Luigi di Savoia, ore 14.30 di ieri. L'ingresso in stazione viene filtrato dagli uomini della Polfer che, dopo aver fatto uscire tutti gli stranieri appollaiati in ogni angolo all'interno della struttura ferroviaria, hanno chiuso i cancelli e fanno passare solo i viaggiatori provvisti di biglietto. Entrare in metropolitana dalla piazza antistante lo scalo non si può e per raggiungere i treni suburbani si utilizzano esclusivamente le rampe interne; uomini e donne della polizia di stato (commissariati, squadra mobile, Digos, «volanti», immigrazione, scientifica e qualche unità cinofila utilizzata per l'ordine pubblico ma anche in funzione antidroga) circondano il piazzale, sono poco meno di cento. Ha inizio così quella che qualcuno chiama operazione «chirurgica», nel senso di mirata, cioè preceduta da controlli specifici di poliziotti in borghese che nei giorni precedenti hanno individuato soggetti pericolosi da tenere d'occhio. E stavolta, dopo il megablitz del 2 maggio scorso, a coordinare uomini e mezzi insieme ad altri cinque funzionari, c'è lei, Maria Josè Falcicchia, dirigente dell'Upg (l'Ufficio prevenzione generale della questura), una donna abituata a indagare come a coordinare simili eventi, cioè servi di prevenzione e controllo in cui credono fortemente il prefetto Luciana Lamorgese e dal questore Marcello Cardona.

Si comincia quindi. Tra i mezzi blindati che circondano completamente il piazzale davanti alla stazione, vengono radunati piccoli gruppi di stranieri, in parte ispezionati singolarmente sul posto anche attraverso l'utilizzo di tablet. Solo due di loro, già segnalati qualche giorno fa, hanno qualcosa da nascondere e tentano una brevissima fuga, immediatamente arginata. Si tratta di due giovani della Nuova Guinea, i soli che più tardi, una volta portati all'ufficio immigrazione di via Montebello, finiranno in manette per spaccio di stupefacenti. In questura, nelle ore successive, dopo un controllo che coinvolge 200 migranti provenienti da mezzo mondo - Nuova Guinea e Gambia in testa, seguiti da Afghanistan, Togo, Mali, Eritrea, Tunisia, Marocco, Egitto, Somalia e tante altre nazionalità - ne arriveranno in tutto 91 (solo quattro le donne). Tutti sottoposti all'Afis, il sistema automatizzato d'identificazione delle impronte, già oggi saranno selezionati secondo credenziali più o meno valide per restare in Italia.

Sì, nell'aria c'è ancora l'accoltellamento di un agente delle «volanti» da parte di un immigrato guineano dieci giorni fa. Ma anche le disposizioni di una recente circolare del capo della polizia, Franco Gabrielli, che invita tutti i prefetti e i questori a predisporre un grande piano di «rintraccio» degli immigrati illegali, perché vengano portati nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) e rimpatriati in massa. Non ordini di espulsione che restano sulla carta (ad esempio quello intimato proprio a Anis Amri, il terrorista dell'attentato di Berlino del 19 dicembre scorso, individuato e ucciso durante un controllo a Sesto San Giovanni il 23 dicembre scorso), ma un vero e proprio accompagnamento fisico, coatto, fino al Paese di appartenenza.

Tutte realtà che mettono a tacere anche le polemiche suscitate a maggio dal primo blitz in Centrale. La cui importanza emerse, per i più, qualche giorno dopo, il 18 maggio, quando un 20enne italiano di origini nordafricane accoltellò un agente della Polfer e due militari dell'esercito durante un normale controllo dei documenti. Il giovane venne poi arrestato, i feriti trasportati in ospedale in condizioni non gravi.