Chailly anticipa Chénier: "Quante belle armonie"

Il direttore sull'opera che apre la stagione: "Tra le mie preferite". Oggi la Messa per Rossini

Con la Prima del 7 dicembre, irrompe alla Scala la Rivoluzione francese. Va in scena Andrea Chénier, di Umberto Giordano, con il suo carico di Terrore alla Robespierre, ma anche amori passionali come quello che accende gli animi del poeta Chénier, della contessina Maddalena e di Gérard. «Il fatto storico e il vero impongono l'ambientazione, ma con il regista Mario Martone lo rendiamo attuale, lo affrontiamo con il gusto di oggi», anticipa chi sovrintende dal podio: Riccardo Chailly. È stato il direttore d'orchestra Chailly a volere quest'opera dopo 30 anni di assenza scaligera. «È tra le mie opere preferite, non a caso l'ultimo allestimento fatto in Scala lo diressi io». E racconta che negli anni '80 debuttò anche all'Opera di Vienna. «Lì, si rispettava la qualità di Andrea Chénier, la chiarezza delle intenzioni, l'economia musicale di questo lavoro dove il ritmo è serratissimo, l'orchestra commenta continuamente ciò che accade in palcoscenico, e tempi veloci si alternano a zone tranquille». Buona l'intesa con Martone. «Si è posto un vincolo: l'elemento storico. In tante altre opere il tempo non è così obbligatorio, tant'è che spesso vediamo spostamenti inquietanti della regia rispetto a partitura e libretto», del resto come dimenticare le derive registiche della Prima della Scala 2015. Invece qui la storia c'è e si rispetta, anche se si «prosciuga l'immagine di fine Settecento, sarà meno oleografica e meno compiaciuta, i costumi e personaggi possono avere un atteggiamento più flu».

Chailly difende a spada tratta Andrea Chénier e il Verismo in generale, ma anche il tenore protagonista: Yusuf Eyvazov, reo di essere eternamente confrontato con la moglie superdiva Anna Netrebko, il 7 dicembre Maddalena, e con il tenorissimo Jonas Kaufmann, beniamino della Scala, Andrea Chénier da manuale e tale (probabilmente) sarà all'Opera di Monaco in quegli stessi giorni della Prima scaligera. Ma Eyvazov sta studiando da mesi e mesi e il Verismo non è sangue e vocioni rimarca appena può Chailly. Che ha ristudiato «l'opera ex novo, dopo 30 anni. Ho passato pomeriggi interi al pianoforte ad analizzare l'armonia di quest'opera. Tutti amiamo le melodie, duetti e romanze di Chénier, ma non ne conosciamo abbastanza il mondo armonico: d'una ricchezza e originalità che sbalordisce ancora adesso». E racconta di quando, ragazzo, debuttò all'Opera di Chicago. «In quell'occasione conobbi Maria Caniglia che mi ricordò quanto fosse importante riconoscere al verismo italiano anche la parte belcantistica. Mi suggerì di ascoltare il suo disco con Beniamino Gigli, il loro lavoro fatto sul fraseggio, sul dosare i fiati». Le prove di Andrea Chénier fervono, intrecciandosi con quelle della Messa per Rossini che stasera, il 12 e 15 vede impegnati il Coro e Orchestra del Teatro, più solisti. Una partitura collettiva, 100 minuti di musica, scandita da 13 movimenti: uno per compositore. La volle fortemente Giuseppe Verdi come omaggio alla tradizione italiana incarnata da Rossini. A Verdi l'onore di firmare il Finale.