«Che bello il Fuorisalone ma adesso diventi una risorsa per i giovani»

L'architetto, appena nominato per le zone sismiche: «Troppi laureati lasciano Milano»

Mimmo di Marzio

Per l'architetto Stefano Boeri la settimana del Fuorisalone è a dir poco intensa, diviso tra progetti come la partecipazione alla mostra «White in the city» alla Pinacoteca di Brera, interventi istituzionali nella roccaforte di Interni, e perfino l'esposizione di proprie creazioni d'arredo alla Fiera di Rho. Ma forse la giornata più importante è stata quella di ieri al convegno dedicato all'Umbria post terremoto, presente il commissario straordinario Vasco Errani che gli ha affidato il ruolo di studiare le linee guida applicative per i progetti di ricostruzione.

Una bella responsabilità, Boeri. Da dove partirà?

«Beh, il mio primo passo sarà quello di coinvolgere gli ordini professionali degli architetti delle quattro regioni coinvolte dal sisma. L'obbiettivo dev'essere trovare le soluzioni affinchè le comunità restino, tenuto conto che parliamo di paesi in parte già spopolati. I progetti dovranno mettere in primo piano la sicurezza e la costruzione anche di luoghi di lavoro, oltre che di abitazioni».

Veniamo a Milano. È contento del successo sempre crescente di questa settimana del design o si può fare di più?

«È un momento straordinario per la città che ha dimostrato di avere un'enorme capacità attrattiva. La sfida però a questo punto dovrebbe anche essere un'altra».

Quale?

Trasformare questo patrimonio in una condizione stabile per il tessuto socioeconomico, e mi riferisco soprattutto ai giovani. Da qualche anno assistiamo a un ripopolamento della città che per una buona metà riguarda la fascia di età che va dai 18 ai 30 anni. Molti provengono da altre regioni oltre che dall'estero. Dal mio osservatorio al Politecnico constato però che, finiti gli studi, ancora in troppi emigrano perchè la città non offre ai giovani condizioni competitive sia sul piano del lavoro che sul piano residenziale».

Quale può essere la ricetta?

«Non ho la bacchetta magica però, nel mio progetto Fiume Verde sulla riconversione degli scali merci dismessi, ho previsto una cintura continua di parchi, boschi, orti e giardini per lo sport e il tempo libero. Un fiume di circa 1 milione e 200 mila metri quadri, ai cui bordi si potranno costruire siti urbani ad alta densità con attività che oggi mancano nei quartieri di Milano: residenze per i giovani e gli studenti, spazi di lavoro e artigianato, servizi culturali e di assistenza al cittadino, l'edilizia sociale e di mercato».

A proposito di verde. Perchè, secondo lei che è stato assessore, gli amministratori di Milano di tutto si preoccupano fuorchè del verde? Lo vediamo solo nei rendering...

«È vero, a Milano esiste una domanda enorme in buona parte inevasa che riguarda anche la manutenzione dell'esistente. Eppure non mancano modelli virtuosi collaudati sia negli Usa che nel Nord Europa di cooperazione pubblico e privato; dove il privato si prende carico della manutenzione del parco e in cambio ottiene ai bordi spazi a reddito. Un esempio perfetto è la High Line di New York, il parco lineare sopraelevato».

Tornando al Salone, è vero che presenta un suo modello di armadio?

«Sì, si chiama mobile Mettitutto, sul modello delle vecchie credenze toscane, dove si depositano tutti gli oggetti quotidiani che rappresentano la nostra identità. Al Salone e in via Montenapoleone c'è un divertente allestimento, dal mobile del prete a quello della pornostar...».