«Che bello improvvisare su De André»

Il maestro jazz stasera alla Gam: «I cantautori importanti per me»

Antonio Lodetti

Non poteva mancare nella rassegna Piano City Milano, un jazzman di rango ma soprattutto un pianista poliedrico come Danilo Rea, che per i palati fini si esibisce stasera alla Gam (Galleria di Arte Moderna) di via Palestro alle 22,30 presentando un inedito programma di musiche di Fabrizio De André da lui completamente rielaborate con l'improvvisazione.

Cosa significa l'improvvisazione per lei?

«Io sono nato con la musica classica ma poi ho cercato uno spazio espressivo libero in cui infilarmi. Non volevo essere un semplice esecutore ma creare qualcosa, quel qualcosa che ti dà l'improvvisazione nel jazz».

Non ha abbandonato del tutto la classica.

«No, ogni tanto torno alle radici, come testimonia anche il mio lavoro con artisti come Ramin Bahrami».

Come mai un programma dedicato a De André?

«I cantautori, da Tenco a Battisti, sono stati molto importanti per la mia formazione. De André è un poeta e la sua musica si presta particolarmente all'improvvisazione».

Abbiamo ascoltato Bocca di rosa, che a un certo punto parte in una frenetica apertura completamente free jazz.

«La base per l'improvvisazione è una grande melodia di cui devi modificare i canoni estetici. È molto melodico, e quindi particolarmente adatto all'improvvisazione, anche Puccini o le arie liriche in particolare. L'improvvisazione jazzistica parte dal jazz naturalmente, io con le canzoni seguo il procedimento contrario partendo dalla melodia, in modo da non stravolgerne il senso».

Anche i suoi duetti (o i concerti con l'orchestra) con Gino Paoli hanno avuto un ottimo successo.

«Anche Gino è un grande improvvisatore e il nostro concerto è molto libero, tanto che lui lo chiama un concerto di canzoni interrotte».

Per chi non la segue ricordiamo che lei ha fondato il Perigeo, il gruppo più importante del jazz rock italiano.

«Ci siamo divertiti a mescolare gli stili e all'apice del jazz rock, o della fusion come preferite, abbiamo avuto un certo successo. Eravamo anche fortunati perché eravamo pochi, e quindi accompagnavamo le grandi star del jazz che venivano in Italia senza gruppo; così ho lavorato con Lee Konitz, Michael Brecker, Johnny Griffin. Oggi per fortuna la scena jazz italiana è ricca e conosciuta in tutto il mondo per qualità delle proposte».

E il gruppo Doctor 3?

«Stiamo lavorando proprio adesso a un progetto sulle musiche di Lucio Battisti. Ma ho un altro progetto strano cui sto lavorando con entusiasmo».

Cioè?

«Un disco di musica elettronica basato sui rumori della produzione del caffè. Così sembra una follia, ma aspettate di sentirlo».