Chi è

«Ho sempre cercato di guardare alla mia pittura con occhio critico, ma non ci sono riuscito quasi mai». Alle soglie dei cento anni, ma con la lucidità e la stretta di mano di un trentenne, il grande maestro Gillo Dorfles si appresta a mostrare a Milano la sua vita da pittore, vissuta quasi clandestinamente nei ritagli di tempo che gli consentivano le lezioni di estetica alle Università di Milano e di Trieste, e la scrittura di saggi di rara chiarezza come «Il divenire delle arti», «Nuovi riti, nuovi miti», «Horror pleni- la (in) civiltà del rumore», o il recentissimo «Fatti e Fattoidi» edito da Castelvecchi. Senza tralasciare, ovviamente, la critica militante che, nel dopoguerra, lo videro tra i fondatori del Movimento di Arte Concreta in compagnia di Bruno Munari, Atanasio Soldati e Gianni Monnet. Nel soggiorno del suo appartamento alle spalle di corso Buenos Aires, dall’eleganza sobria di chi dà l’idea di non essersi arricchito nè alle spalle degli artisti, nè delle gallerie d’arte, nè dello Stato, Dorfles offre un cioccolatino e scherza un po’ sull’antologica che il 25 febbraio a Palazzo Reale esporrà tutta la sua produzione pittorica dagli anni Trenta ad oggi. La mostra ha un titolo che potrebbe facilmente campeggiare sulla copertina di uno dei suoi libri: «L’avanguardia tradita».
Tradita da chi, professore?
«Beh, tradita da me. Ho sempre avuto la pretesa, o l’illusione, di non fare quello che facevano gli altri, di seguire un percorso autonomo e senza etichette. Succedeva già negli anni Cinquanta quando, davanti alla tela, mi accorgevo di andare nella direzione opposta rispetto alla pittura geometrica del gruppo di cui facevo parte. Ma non ho mai smesso. Negli anni Ottanta, quando la Transavanguardia inneggiava al ritorno della figurazione, mi misi a fare arte astratta...».
Conciliare l’attività di critico a quella di artista non dev’essere stato facile. Se tornasse indietro farebbe il pittore a tempo pieno?
«Non credo. Nell’epoca attuale, a far l’artista professionista c’è il serio rischio di diventare, nella migliore delle ipotesi, un bravo artigiano. Complice il mercato organizzato che valorizza anche chi non lo merita. La convivenza delle mie due anime, lo ammetto, è stata travagliata, più che altro perchè mi hanno reso oggetto di rimproveri dall’una e dall’altra parte. Però...»
Però?
«Però è possibile, anzi, può diventare un’occasione importante per imparare a capire. Spesso i critici non hanno alcuna conoscenza dei mezzi tecnici dell’arte e, ahimè, si vede. Gli artisti invece, se avessero gli strumenti per criticarsi un po’, non farebbero tanta brutta pittura».
In più di un’occasione, lei ha affermato che i tre quarti dei critici dicono cose inutili e che gli artisti sono spesso ignoranti e presuntuosi
«È la verità. La nostra epoca è piena di critici e letterati che fanno discorsi pretenziosi e quasi filosofici che non spiegano un bel niente. L’opera d’arte va anzitutto sentita nel profondo e, quando si usa la penna, bisogna farsi capire possibilmente da tutti, se si ha qualcosa da dire. Quanto agli artisti, devono imparare che la cultura è un bene fondamentale anche per loro. Uomini come Mirò e Mondriand erano persone estremamente colte. Kandinsky era addirittura un filosofo. Comunque oggi, dopo tanti anni, mi è chiara una cosa».
Che cosa?
«Che la figura del critico non è affatto fondamentale. Anche perchè un artista, se è un vero artista, è difficile che lo ascolti...»
Pochi sanno che lei ha una laurea in psichiatria. L’ha aiutata a capire gli artisti?
«Non lo so, forse però mi ha aiutato a riconoscere i difetti del mio carattere. Certo, se fossi stato pazzo non mi sarebbe servita».
Come vede il periodo attuale, l’arte ha ancora qualcosa da dire?
«Beh, se l’arte avesse finito di dire qualcosa sarebbe un’umanità molto triste e il mondo ancora più sanguinolento di quello che è. Di sicuro le nuove tecnologie hanno ampliato gli orizzonti e permettono oggi di realizzare opere una volta impensabili. Mi riferisco al video ma anche alla computer art, alla net-art».
E la pittura, sta per morire?
«La pittura è sempre esistita e continua ad avere un suo ruolo anche nell’arte d’oggi. Non morirà. O meglio, non dovrebbe morire».
Oggi, anche nell’arte, si invoca un ritorno alla bellezza. Che cosa ne pensa?
«Ciò mi lascia perplesso, perchè l’arte non è sempre bella e la bellezza non è sempre artistica. Tralasciando eccessi come le mucche squartate di Damien Hirst, la storia dell’arte è ricca di grandi opere tutt’altro che belle. Basti pensare ai corpi deformati di Francis Bacon».