Chi salva una vita, salva il mondo E lei vedeva la gioia della vita

Aderisco con entusiasmo all'idea che Paola Bonzi trovi ospitalità nel Famedio. Non per un riconoscimento a lei, che non ne ha bisogno. Ma per dare a Milano l'opportunità di rivendicare alla città quel «coeur in man» di cui Paola è stata un fulgido esempio.

La morte di Paola Bonzi lascia «orfani» decine di migliaia di bambini di tutte le religioni, suoi figli putativi. E con loro anche le tante mamme che a lei e al suo centro si erano appoggiate per ricavare la forza di portare avanti una gravidanza difficile. «Chi salva una vita salva il mondo intero» recitano i testi ebraici, e forse anche per questo io e Paola ci siamo intesi al volo quando abbiamo parlato la prima volta di aborto. Mi aveva colpito la sua determinazione da militante per la vita, cosa che mi commuoveva profondamente. Certo c'era la comune battaglia, ma soprattutto apprezzavo la sua capacità di porgere le proprie convinzioni invece che di volerle imporre. Nessun urlo, nessuna scomunica. Ma la capacità di vedere in una donna che riflette sull'aborto le ferite della sua anima, e cercare di curarle, invece che condannarle. Con lei avevamo anche parlato diverse volte di Israele. E in effetti il primo pensiero che mi è venuto in mente quando ho saputo della sua morte, è quando mi raccontò dei suoi viaggi in Israele. Di quanto le era piaciuto. Io la ascoltavo un po' sbalordito, visto che Paola era non vedente. Tra me e me pensavo «che senso ha viaggiare se non vedi nulla?». Ma lei ben mi spiegò come per viaggiare gli occhi non sono poi così indispensabili. Ci sono anche tutti gli altri sensi, e soprattutto il cuore. Solo così si spiega l'emozione che mi raccontò di avere provato quando atterrò per la prima volta in Israele. E poi una volta giunta a Gerusalemme.

Del resto, ricordo bene come una volta un amico mi raccontò di essersi ritrovato a piangere a Tel Aviv. Non capiva perché. Ci mise 24 ore per capire che quando gli uscirono le lacrime dagli occhi era perché aveva sentito il profumo di un fiore che sentiva quando viveva in Libia, prima di essere cacciato in quanto ebreo. La memoria del suo olfatto aveva superato quella della sua vista. A conferma di quanto Paola avesse ragione, anche quella volta.

Ma pensando a Paola, devo anche citare la donna spiritosa che sapeva essere. Una volta venne ad assistere a uno spettacolo di umorismo yiddish che misi in scena, e fu tra quelle che più si sbellicarono dal ridere, tra tutto il pubblico in sala. Mi disse che trovava quel tipo di umorismo ebraico (non politicamente corretto e autoironico) una delle cose più divertenti e intelligenti della sua vita. E a me piace ricordarla ancora così, come quella sera dopo lo spettacolo. Gioiosa e sorridente. Perché la vita va certo difesa, ma anche vissuta.

Davide Romano,
Portavoce della sinagoga Beth Shlomo