«Chiudo l’azienda: la ’ndrangheta continua a vincere»

Il padre Maurizio, imprenditore edile, si sottomise per paura di ritorsioni alla ’ndrangheta e la pm Ilda Boccassini lo arrestò dicendo che avrebbe dovuto affidarsi alla Stato. La figlia Barbara allora denunciò i suoi ricattatori, li fece arrestare, riuscì a documentare attentati ai suoi cantieri per 1,2 milioni euro. Poi attese fiduciosa l’aiuto dello Stato. Che però non è mai arrivato. E così lei in questi mesi ha dovuto licenziare 20 dei sui 30 dipendenti e mercoledì verrà dichiarata fallita. Completando nel peggiore dei modi la parabola della famiglia Luraghi.
Barbara Luraghi, 35 anni, ha ripercorso in un video, che Frediano Manzi ha messo sul sito di Sos Racket e Usura, tutte le tappe del calvario della sua azienda. Una attività florida fino a quando non è iniziata in Lombardia la penetrazione dei clan calabresi che con metodi spicci hanno preso in mano un po’ tutti gli appalti nel campo edile. Direttamente con proprie aziende, o costringendo al subappalto le ditte già presenti sul territorio. Come spiegano, sempre sul sito Sos Racket Usura in altri video, due imprenditori che hanno denunciato i clan. Il padre Maurizio, 58 anni, subì forti pressioni «Ti sciogliamo i figli nell’acido se non fai quello che ti chiediamo» e alla fine si piegò ai criminali. Una vittima per la sua famiglia, che tale non fu ritenuta dalla Procura che nel 2008 lo mise in galera e poi lo condannò a 4 anni e mezzo. «Avrebbe dovuto denunciare e porsi sotto la protezione dello Stato» spiegarono i giudici.
Barbara accolse l’indicazione dei magistrati e quando le cosche, incuranti degli arresti e delle condanne, si presentarono nuovamente in azienda per riprendere i soliti traffici, oppose un secco rifiuto. Trovandosi presto al centro di attentati ai cantieri che le causarono danni per 1,2 milioni di euro. I clan poi le stesero una sorta di cordone sanitario attorno per impedirle di lavorare. Perché, sempre come spiega nel video postato sul sito Sos Racket e Usura: «Qui in Lombardia gli appalti vanno sempre alle stesse aziende in odore di criminalità». La giovane donna coraggiosamente si rivolse ai magistrati che documentarono tutto. Grazie alle sue denunce le indagini si focalizzarono su Antonio Perre, 28 anni, ritenuto il «reggente e factotum» della cosca Barbaro-Papalia. Il giovane, colpito da mandato di cattura, rimase 10 mesi in latitanza prima di costituirsi ai carabinieri di Platì.
Parallelamente, con le perizie effettuate dalla Procura che documentavano i danni patiti, Barbara Luraghi fece richieste per accedere ai contributi statali. La prefettura avviò una procedura che lo scorso autunno si concluse con l’accoglimento della domanda, dispose il pagamento immediato di 150mila, in cinque tranche da 30mila, in attesa di liquidare per intero il milione di danni patiti. E inviò il fascicolo a Roma affinché iniziassero i versamenti. Nella capitale però il procedimento si è inceppato per questioni burocratiche. Dopo quasi un anno Barbara Luraghi non ha visto un soldo e mercoledì il tribunale di Milano decreterà il suo fallimento. Nel frattempo sono ripresi avvertimenti e minacce e lei è finita sotto la vigilanza dei carabinieri di Rho, ma non si arrende e lancia il suo appello: «Mi sono rivolta anche a Tano Grasso, l’ho chiamato più volte, non si è mai fatto trovare. Ho lasciato messaggi, non mi ha mai risposto. Ma io fin che avrò forze mi batterò per far sopravvivere la mia azienda». Davanti a lei solo 48 ore di tempo.