Cinesi, gli stupratori confessano anche rapine

Il «Piccolo» teneva ferma la giovane cinese mentre gli altri a turno la stupravano. Del resto Zijie Ji con i suoi 21 anni era il più giovane e il suo turno sarebbe toccato solo per ultimo. Ma un imprevisto ferma a metà la violenza. Frammenti dell’interrogatorio dei primi tre asiatici fermati, dal quale emerge anche che il branco non era solo un gruppo di annoiati vitelloni, ma una gang specializzata in piccole rapine ed estorsioni.
Parla Zijie Ji, un fiume in piena. Racconta dell’agguato, scende in dettagli, confermati dagli altri due fermati. Shou Wai Zhou, 31 anni, ha ammesso di aver stuprato la ragazza; Yiwang Hu, 33, detto «hashish», giura invece di aver solo guardato. Lui comunque è stato l’esca che ha conosciuto la vittima in Internet e che poi ha organizzato l’agguato a cui hanno partecipato altri otto connazionali. Di cui la polizia ormai sa persino i soprannomi: «Numero 1», «Drago» e «Mucca» (nome dell’anno cinese in cui sono nati) e «Droga». Tutti spariti, particolare che confermerebbe l’esistenza di un’organizzazione, forse rifugiati in qualche comunità cinese in giro per l’Italia.
Dunque i dettagli dello stupro sono ormai noti: «Hashish» conosce la ragazza - un’operaia regolare che tra poco compirà 18 anni - tre settimane fa attraverso un portale cinese. Cattura la sua fiducia, la incontra un paio di volte, la presenta agli amici. Al terzo incontro, domenica sera, la trappola. Prima un paio di puntate in altrettanti internet café, poi la cena al take away, quindi un paio di loro si offrono di portarla a casa. Ma la corsa dell’auto finisce a parco Lambro, dove arrivano gli altri «lupi».
Il «Piccolo» deve aspettare che si sfamino prima i grandi del branco: «L’ho tenuta ferma per dimostrare di essere obbediente al gruppo». Mentre gli altri la violentavano a turno. Uno, due, tre... la ragazza non ricorda bene, forse sei, poi arriva un uomo in bicicletta, nota lo strano movimento, si ferma per capire cosa stia succedendo e pone fine al massacro. La ragazza viene riaccompagnata a casa con la solita minaccia: «Stai zitta, se parli è peggio per te». Ma lei non sta zitta, racconta tutto ai genitori che la portano prima in questura, quasi un miracolo sapendo come sono chiuse le comunità cinesi, e poi alla Mangiagalli dove i medici certificano la violenza.
I primi tre balordi finiscono in carcere e confessano, svelando particolari inaspettati. «Siamo una banda e pratichiamo rapine ed estorsioni». E forse anche trafficano in stupefacenti visti i soprannomi, «Droga» e «Hashish». Ma visto anche che, dal racconto della vittima, sembravano agire sotto effetto di «qualcosa». Forse anfetamine, le sostanze più diffuse nella comunità cinese. Dettagli da chiarire con calma. Adesso c’è da prendere anche «Numero 1» e gli altri cinque delinquenti.