LA CITTÀ DI BAUSCIA E CASCIAVITT

Stefano Giani

Oggi lo chiamano Principe di Savoia, ma allora - e correva il 16 dicembre 1899 - era l'Hotel du Nord et des Anglais. Quella sera Herbert Kilpin e Alfred Edwards diedero vita al Milan football and cricket club. Si erano conosciuti all'American bar, alzando il gomito e sorseggiando whisky. Da bravi inglesi. Finì che tra un doppio malto e un four roses si trasferirono in quell'albergo che, almeno nel nome, odorava di Britannia. Cioè di casa. Kilpin divenne il manager, l'allenatore e uno dei giocatori, Edwards il presidente. Vinsero il primo scudetto rossonero, ma la favola finì nel 1908 quando Kilpin si ritirò a 38 anni. Lui non ne fece una questione d'età che pure c'entrò, ma di ostracismo della Federazione che aveva messo nel mirino gli stranieri.

L'italianità oltranzista non era piaciuta e il Milan, che aveva un'anima suddita di Sua Maestà, si ritrovò spaccato. Se ne andarono in 44 e decisero che anche i calciatori non italiani dovessero trovare casa. Stranezza vuole però che non furono gli inglesi a piantare la barcca ma gli italiani. Una cena all'Orologio, ristorante dei più raffinati, in via Mengoni - l'architetto che concepì la Galleria - fece scoccare l'ora fausta. Erano le 22.30. Dopo otto anni e tre mesi, il 9 marzo 1908, Milano scopriva di avere due squadre. Il Football club Internazionale nacque così. Alla faccia delle frontiere pallonare. I colori sociali li scelse un pittore futurista, Giorgio Muggiani. Un transfuga. Il nero in comune e il blu al posto del rosso, come quelle matite a due colori che la maestrina usava a scuola. Rosso era già il Milan, blu divenne l'Inter. Le due anime sportive di una città rossonerazzurra che si prende in giro. Non lesina scherzi e battute. Ma non riesce a odiarsi. Per questo, il derby della Madonnina è il trionfo del fair play e la città ne è un riflesso.

Le due rive del Naviglio. Il parco Trotter, casa del Milan. Ripa di Porta Ticinese 113 per l'Inter, prima che trasformasse l'Arena napoleonica nel suo tempio. E prima che i due amati e odiati cuginetti si trovassero a coabitare al Meazza, uno che ha giocato una vita nell'Inter e due anni al Milan. Bipartisan, ma si fa per dire. Si vive. Si convive. Ci si scambia giocatori. E ci si ritrova là, in strada, a farsi beffe e a festeggiare nello stesso stadio. Il Milan le sue Champions, l'Inter il Triplete. A tutti e due piace il centro. Si sfila orgogliosi, davanti al Duomo. Tra sbornie e trofei. Poi coppe e coccarde finivano in bacheca. Il Diavolo se le portò in via Meravigli, la sua prima sede, trasferita in via Turati e ora al Portello. Più defilato. L'Inter in Foro Buonaparte, in via Durini e in corso Vittorio Emanuele. Al 9. Vicino a quelli che oggi chiamano concept store. Un po' rossi, sempre neri e molto azzurri.

Bauscia e casciavit hanno gusti raffinati. Gli invincibili di Herrera facevano la cura dimagrante al Cova in Montenapo, gli scudieri di paron Rocco iniziarono a radunarsi da Gattullo, pasticceria doc in Porta Lodovica. A due passi dagli ultrà. La Fossa dei leoni e del tifo milanista abita - o abitava? - in viale Bligny. Off limits per il Biscione. I dolci, come Pepin Meazza, sono bipartisan. Vicini. Dirimpettai. Cugini. Ma ognuno a casa sua. Anche a cena, dove riemergono le anime diverse. Milanisti dall'Assassino e da Giannino. Belli e snob. Interisti al Botinero e al Gaucho. Ossobuco contro asado. All'argentina, che di soddisfazioni all'Inter ne ha regalate tante. È derby. Anche a tavola.