La città che ha paura

Palazzo per palazzo, strada per strada, quartiere per quartiere. Sono sempre di più le grida di rabbia dei milanesi che non si sentono più sicuri nella loro città. L'amministrazione comunale pare viaggiare su un binario parallelo da quello su cui è costretta a viaggiare la gente per bene. Persone anziane soprattutto, per le quali la percezione della sicurezza è parte essenziale della qualità della vita: avere paura di uscire di casa limita la socialità, riduce la possibilità di intessere relazioni, amplifica la necessità di avere aiuto e rende dipendenti dagli altri. Il Comune - anche nella riunione dell'altra sera in Zona 2 - si difende ricordando il numero di telecamere installate o in via di installazione. Un po' poco per persone che hanno bisogno di vedere vigili e forze dell'ordine affrontare situazioni e prepotenze di cui conoscono perfettamente cause e coordinate. Un po' poco per capire la ragione in base alla quale è stata ritenuta poco consona all'immagine che si vuole dare di Milano la presenza delle pattuglie dell'esercito per le strade della città. Una dicotomia sempre più marcata tra quella che è la realtà di una fetta ormai ampia di Milano e quella che invece è l'immagine che si vorrebbe dare. Un'immagine smentita in materia plastica dalla confessione che una cittadina ha urlato all'assessore Granelli: «mi sentivo più protetta dagli hezbollah in Libano che da Pisapia a Milano».