La città nascosta

Una prigione cinese a pochi passi dalle vie del lusso e un imam in odore di terrorismo chiamato a chiudere il mese sacro del Ramadan nell'Arena Civica. Un predicatore dell'Islam più radicale, un profeta della jihad che aveva confessato in tivù di portare la figlioletta di dieci anni a Gaza per imparare l'arte del martirio. Da via Benedetto Marcello, invece, tre donne cinesi scappano dagli aguzzini che le hanno denudate, incatenate ai letti, picchiate e seviziate con una letale siringa di candeggina. Una terribile minaccia da riferire ai genitori in Cina a cui la mafia gialla ha chiesto un riscatto di 150mila euro.
Due episodi diversi in una Milano d'agosto che ancora una volta si trova a interrogarsi sulla sua reale natura. Anzi, ancor di più sul destino che l'aspetta in questi tempi d'inevitabile convivenza con l'altro. Forse perché i milanesi se ne sono andati e allora è più facile accorgersi delle comunità straniere che ormai in città hanno trovato una loro collocazione, ma forse non ancora una reale identità. Perché nel fragile equilibrio tra mantenimento del proprio Dna declinato in usi e costumi (magari anche, ma non solo criminali) e la necessità di un'integrazione, si giocherà la partita decisiva dei prossimi anni. E qui fin troppo spesso c'è la tentazione di lasciar prevalere il senso di colpa, la sensazione di non aver fatto abbastanza. Non è così. Se ci sono comunità che non possono negare una grande offerta di possibilità di integrazione, pur nel rispetto delle loro tradizioni, sono proprio quella cinese e islamica. La riqualificazione di Chinatown con l'occhio spesso chiuso agli sgarri e gli spazi offerti alle preghiere dell'Islam ne sono testimoni. Ma non è bastato. E forse ora è lecito chiedere a loro qualcosa di più. Perché le donne non si torturano e i bambini non si educano al martirio.