"La città ora ha fatto un salto Ma l'effetto-Expo non basta"

Le penne milanesi mettono sotto la lente il capoluogo "Cresciuti sviluppo e cultura. Resta ancora da fare"

Per scrivere i loro romanzi su Milano, ambientati a Milano, per Milano, la città se la sono immaginata, vista, studiata e capita per benino. Storie d'amore o noir oppure gialli, in certi quartieri piuttosto che in altri. In centro, nelle periferie, nelle zone della movida che non dorme mai. Chi meglio degli scrittori milanesi può dire cose di senso su questa metropoli che cambia. Che a mano a mano, nel bene e nel male, è cambiata nei decenni e ultimamente ancora di più. Ecco una carrellata di opinioni, la cui sintesi potrebbe essere: «Ok l'effetto Expo, ma resta ancora da fare». La parola a Gianni Biondillo.

«Milano ha mutato l'idea di se stessa - attacca lo scrittore - La città di quando ero giovane, negli anni Novanta colpita a morte da Tangentopoli, era un pachiderma che si leccava le ferite». Salto nel tempo fino a oggi: «Nel 2015, con l'Expo, la metropoli ha fatto come nel 1906. L'esposizione universale è stata un modo per mettere a regime l'orgoglio metropolitano». Risultato: «Nonostante le difficoltà, il capoluogo poi ha fatto il salto, grazie ai suoi cittadini e ai suoi talenti», afferma l'autore di Come sugli alberi le foglie che attraverso i romanzi - ma non soltanto - si occupa della capitale lombarda da almeno tredici anni, dal 2004, quando ha esordito con Per cosa si uccide lanciando il suo commissario Michele Ferrario. «Da un punto di vista sociale - conclude - qui il cambiamento prima ancora che urbanistico è stato antropologico, nelle razze e negli abitanti. E non si può più tornare indietro».

Un'altra penna che si occupa di Milano e del suo «destino», sia come giornalista sia come scrittore, è Franco Vanni, classe '82, che ha pubblicato per Laurana Editore Il clima ideale, a suo tempo presentato come «un percorso di sangue, che porta fino al cuore nero dell'Europa».

«Se dovessi scrivere il romanzo adesso in alcune sue parti lo farei in un altro modo - dice Vanni - La città in effetti è differente. Con City Life, quartiere Garibaldi, sono spuntati altri poli di attrazione, che quasi se ne fregano del centro». Nel suo libro ha raccontato storie inserite in quartieri o posti come il Ticinese, piazza Vetra, via Vetere, la vita al Luka's Bar. E ancora si è occupato delle tribù giovanili, dai punk ai naziskin, passando per gli skin. «Penso che questa città sia accogliente - aggiunge -, ma se a volte non lo è, è soltanto per distrazione». Qualcosa da migliorare? «Per esempio - scherza ma non troppo - le squadre. Si dovrebbe migliorare il calcio».

Ad Andrea Pinketts, 55 anni, a cui piace Le Trottoir di piazza XXIV Maggio (prima il locale era Brera, ndr), si presenta come qualcuno «a cui piace innovare la parola ma non i luoghi». Lui non ha una spiccata passione per le archistar: l'autore di Sangue di Yogurt e de La capanna dello zio rom ricorda con un po' di nostalgia il tempo in cui «potevi andare alla Fiera Campionaria a piedi»; dunque non tifa per i poli decentrati e lo sviluppo urbanistico in senso verticale. «Se il capoluogo resiste alla tentazione di diventare la terra di grattacieli, beh forse è meglio...». Anche se - ammette - «pure la Tour Eiffel non venne presa tanto bene al principio». Un'altra pagina.

Fabrizio Carcano si è aggiudicato il primo posto in termini di preferenze per «Milano da leggere»: il suo Gli angeli di Lucifero è stato il più scaricato dalla rete» e letto in metropolitana. «A suo tempo ho iniziato a scrivere per raccontare le bellezze cittadine - ricorda - le zone caratteristiche e centrali che neppure i cittadini conoscevano. Ora la città delle mille luci come la chiamo io, è un altro posto. E piazza Gae Aulenti è uno dei suoi nuovi simboli». Trova strano che ancora il mondo del cinema sia ancora in mano alla Capitale, sogna «la riapertura dei Navigli da Gioia alla Darsena».

Chiude Roberto Zadik, giornalista, autore e blogger (suo è il nuovo Soul Cityty 2.1. L'anima delle città, sette racconti su diversi centri «tra viaggi interiori e giri del mondo», precisa: «Trovo che Milano sia meno milanese, spariscono tradizioni e cucina; la cultura è cresciuta notevolmente. Meno interesse verso zone come piazza Wagner, De Angelis, Ortles. Più in generale il rimedio? Occuparsi delle periferie e del sociale».