In coda per chiedere di non abortire

Al Centro di aiuto della Mangiagalli arrivano sette donne al giorno, ma mancano i fondi per aiutarle

La buona notizia: anche se i numeri restano inquietanti, continuano a diminuire gli aborti. Alla Mangiagalli, i 364 bimbi abortiti dei primi tre mesi del 2012 sono diventati 331 nel primo trimestre del 2013. Trentatré in meno. E continuano ad aumentare le donne incinte che si mettono in coda ai Centri di aiuto alla vita e chiedono un sostegno economico per non abortire. Negli ultimi due anni e mezzo un'impennata del 30 per cento, legata alla sempre maggiore consapevolezza della tragicità dell'aborto. E alla crisi.

La notizia drammatica è che i fondi sono sempre più esigui, mentre sono 2.700 le persone già in coda al Cav della Mangiagalli, un po' il simbolo dei consultori attenti ai temi della maternità. Ora il Centro non ha più i soldi ed costretto a non accettare più nessuno. Situazione terribile, dal momento che gli Sos sono numerosissimi e in costante ascesa.

Le donne continuano ad arrivare. Cinque, sei, sette, otto, nove, dieci. In media sette al giorno. Bussano alla porta e chiedono aiuto. «Su 10 che arrivano, 6 chiedono di abortire per motivi economici» spiega Paola Bonzi, fondatrice, anima e direttrice del Centro di aiuto alla vita. Si agita: «È possibile che un bambino non venga al mondo per cinquemila euro? Poi fanno i convegni sull'inverno demografico: sarebbe molto più ovvio aiutare le donne che sono disponibili a portare avanti fino in fondo la gravidanza, a consentire loro di mantenere i figli in arrivo».

I casi in sono di ogni genere. Negli ultimi giorni una ragazza che vive ancora in casa con i genitori, suo padre non intende accogliere il bambino e lei non sa come fare a mantenerlo. Il padre del bimbo? È scomparso, come alla gran parte delle donne che non hanno soldi e arrivano a ritenere l'aborto una strada per risolvere il problema. Mariti crudeli? Spiega Paola Bonzi: «No, hanno spesso un compagno, che si defila quando la donna si accorge di aspettare un bambino. Arrivano da noi anche dalla sala operatoria: ci sono donne già stese sul lettino che dicono: “no, non voglio abortire”. Allora le mandano da noi».

Difficile però ridare speranza a queste donne se mancano i soldi. «Nel 2012 abbiamo speso 170mila euro solo di pannolini. Servono anche integratori alimentari per le mamme. E naturalmente noi non aiutiamo solo chi chiede di abortire, ma donne incinte in difficoltà economica che vogliono portare avanti la gravidanza» spiega Paola Bonzi.

Il Fondo regionale Nasko, nato due anni e mezzo fa, ha subito vistosi tagli. Oggi alle donne in possesso dei requisiti (sempre più stringenti) vengono dati 100 euro al mese dal terzo mese di gravidanza e 200 euro al mese nel primo anno di vita. In più sono ormai vuote le casse del Cav, che aiutava le donne con fondi propri. «Pensi al caso di una badante che sa di perdere il posto di lavoro e anche la casa! Prima riuscivamo ad aiutarla, integrando il sostegno con nostri fondi. Ma adesso?». Già, adesso?