In coda al consolato mentre arrivano i feriti

La febbre è alta. Altissima. «Tutti abbiamo parenti a casa. Chi i genitori. Chi i mariti. Chi le mogli. E i figli. Per ora le notizie sono buone, ma speriamo in Dio». Qualsiasi Dio. Andrii Kartysh, console generale ucraino a Milano, spiega che al Nord Italia e a Milano in particolare non c'è fermento, ma molta ansia.
La marina russa, davanti alle sponde del mar Nero, guarda la Crimea, terra ucraina da sessant'anni. Era il 1954 quando Khruscev la assegnò a Kiev per festeggiare i tre secoli del trattato di Perejaslav, tra i cosacchi ucraini e russi. Ma stavolta, dopo le defezioni di seimila soldati capeggiati da Boris Berezovsky, già passati agli ordini di Putin, spunta anche l'ultimatum. La resa entro le 4 di stamattina. Nel mirino il porto di Sebastopoli. Ma contingenti russi sarebbero già in Crimea. Cioè in terra ucraina.
A Roma, un centinaio di persone hanno organizzato un sit-in davanti all'ambasciata del Paese che, a ragione, non vuol saperne di tornare nell'orbita di Mosca. «Putin, giù le mani dall'Ucraina!» è il grido che si sente scandire. A ripetizione. Chi vive qui è calmo. Composto. Ma seriamente preoccupato.
«In ricordo delle vittime della brutale repressione. E per la libertà e la democrazia del popolo ucraino». Alessandro ha depositato un mazzo di primavera davanti al consolato milanese. Il viavai è intenso. Le facce scure. C'è dignitosa compostezza. Ma l'apprensione è immensa. Volti tirati. Tutt'altro che sereni. Sostiene il console. «I russi se ne devono andare perché esistono patti da rispettare. Norme internazionali. Non si invade un Paese straniero». E il punto sta forse proprio qui. Putin vuol prendersi con la forza, se necessario, ciò che ritiene suo, in virtù di minoranze con passaporto russo in Ucraina.
«Falsità. Bugie. Non hanno nulla da pretendere. Noi ora abbiamo un governo che ci porterà alle elezioni. La data è il 25 maggio, il giorno in cui tutti gli ucraini decideranno il loro futuro». Il primo ministro Arseniy Yatsenyuk, guida un esecutivo pro tempore. Yulia Tymoshenko è finalmente libera - «molto importante per noi» - di riprendere il suo ruolo carismatico anti russo. «Dichiarando guerra all'Ucraina - ha detto l'ex premier - Putin dichiara guerra anche ai garanti della nostra sicurezza, cioè Stati Uniti e Gran Bretagna».
Intanto il deposto presidente Viktor Yanukovich è sotto inchiesta a Kiev. Accusa ombre fasciste. Ma a Milano nessuno se ne duole. «Al consolato siamo in pochi e le preoccupazioni sono tante. I nostri connazionali del Nord Italia fanno capo qui. E sono 200mila». L'angoscia è palpabile. Come la dignità con cui è affrontata. La Lombardia ha offerto la sua sponda. Milano ha teso la mano per aiutare feriti e malati. In cinque sono in arrivo in aereo. Saranno smistati verso gli ospedali specializzati nelle cure di cui avranno bisogno. Kartysh è sereno, per questo. «Ho parlato con il vicepresidente della Regione. Ci aiutano. È stato un grande gesto. E lo abbiamo apprezzato. Davvero».